Dipe, dai cantieri aquilani alla Cappella Sistina

26 Gennaio 2015

Nata nel 1984, l’impresa di Pellegrini e Di Perzio si è specializzata in interventi di recupero e restauro, arrivando a lavorare nel cuore del Vaticano

L'AQUILA. A fine giornata la fatica delle ore nei cantieri a fare il lavoro “slow”, lento e certosino del restauro non era niente in confronto alla soddisfazione di vedere, alla fine, palazzi storici, chiese e opere lignee, lapidee o pittoriche tornare al loro splendore. Anche se le mani facevano male e la pelle si spaccava per l’uso prolungato di sostanze chimiche.

Ripensandoci oggi a Mauro Pellegrini e Giancarlo Di Perzio sembra un'altra epoca. E lo è davvero: nel 1984 i due amici aquilani decidono di aprire una società, la Dipe Costruzioni srl, e trasformare il loro amore per l'arte in un mestiere. Ma la passione rimane anche oggi, che all'attivo hanno decine di dipendenti e un fatturato che raddoppia ogni anno rispetto al precedente.

Nel 1984 i computer non erano ancora fondamentale strumento di lavoro (è proprio nel gennaio 1984, tra l'altro, che Steve Jobs presenta il primo Mac) e non c’era la crisi economica. Era invece l’anno dell’uscita nelle sale cinematografiche di “C’era una volta in America” e della morte del leader del Pci Enrico Berlinguer.

All'Aquila nel 1984 era arrivato l'onorevole Zamberletti, l'inventore della Protezione civile, per uno sciame sismico che metteva paura nell'Appennino abruzzese. Da allora di acqua sotto ai ponti ne è passata per la Dipe Costruzioni, che da piccola ditta artigiana è diventata un’impresa: anche burocraticamente, per i numeri che annovera, i due soci sono passati da “artigiani” a “imprenditori”. E' con il sisma del 2009 che avviene il passaggio da impresa di medie dimensioni, con 20-27 dipendenti, a realtà che ne conta 89.

ORIGINI. «Abbiamo cominciato con quattro operai», racconta Mauro Pellegrini, «noi stessi eravamo artigiani e orgogliosi di esserlo. Adesso ci chiamano imprenditori...». Una parola che sembra forse un po’ troppo altisonante a chi nei cantieri ci si è fatto le ossa. «Il primo lavoro importante risale al 1986. Ristrutturammo il negozio di abbigliamento di Maurizio Sista, in via Patini, in centro storico. Dopodiché», ricostruisce Pellegrini, «piano piano sono arrivati tanti lavori di restauro e soprattutto di recupero, ristrutturazione di palazzi e palazzetti. Fino ai palazzi Manieri e Agnifili». Arrivando a interventi delicati in edifici storici come la Torre Pendente di Pisa, Palazzo Venezia, la Chiesa di San Giovanni Battista a Roma, la messa in sicurezza e il recupero in zone colpite dal sisma come Palazzo del Governo, il Castello Piccolomini, la Chiesa di San Marco e il Teatro San Filippo.

La fatica? «Era dura, ma come tutti i sogni quando piacciono non pesano. Le ore di lavoro erano tante tra cantiere e ufficio. Facevamo tutto da soli, anche le lavorazioni più difficili, senza mai subappaltare».

CAPPELLA SISTINA. L'impresa “made in Abruzzo” che nasce «con le mani nella malta», passa attraverso il recupero del patrimonio aquilano danneggiato dal sisma e finisce, anche grazie all'acquisizione della categoria “Os2” (che contraddistingue un'impresa di restauro dei beni mobili e delle superfici decorate dei beni architettonici sottoposti a tutela), alla Cappella Sistina, nel cuore del Vaticano, a lavorare fianco a fianco con le multinazionali Osram e Carrier per rifare gli impianti di climatizzazione e di illuminazione a led.

Il progetto richiedeva il rinforzo strutturale delle terrazze che ospitano gli impianti di trattamento dell’aria attraverso l’uso di materiali a basso impatto ambientale, in grado di armonizzare la tecnologia dell’opera con il contesto del Vaticano. Un lavoro di precisione per il quale servono maestranze preparate. Come Daniele Leli, 35 anni di Campotosto, «che si è formato da noi e lo mandiamo ovunque, ci fa fare bella figura».

QUALITA' CONTRO CRISI. In un Paese in cui l'edilizia è in crisi e i restauratori sono spesso precari e stagisti sottopagati, per Pellegrini è invece centrale il loro ruolo. «Operai, tecnici e restauratori lavorano gomito a gomito. Perché si deve operare con un certo criterio», spiega, «ci vogliono persone con il know how. Ecco perché sono importanti le scuole di formazione nel restauro, per sapere come intervenire per non fare staccare tasselli». A volte basta una vibrazione a far crollare delle parti.

IMPRESA GIOVANE. L'età media di tutti i dipendenti della Dipe Costruzioni è di 30 anni. Di questi, 10 sono restauratori provenienti da diverse regioni d'Italia. Come Francesca Cardinale, trentenne restauratrice impegnata in particolare nel cantiere ora ultimato di recupero del Teatro San Filippo danneggiato gravemente dal sisma.

«In Umbria», spiega l'imprenditore, «subito dopo il terremoto sono stati creati corsi per preparare i ragazzi a fare restauri, ad esempio sulle volte a croce e a botte. Qui, invece, non si fa nulla».

A coordinare i restauratori è Susanna Segarelli, direttore tecnico della parte decorativa, colei che bada che nulla venga lasciato al caso: dall'organico alla scelta dei materiali e della tecnica giusta da usare, che cambia a seconda dell'opera su cui si deve intervenire.

«A monte ci sono analisi fisiche e chimiche», spiega, «per scoprire di cosa è costituita una malta o una pellicola pittorica che poi andremo a riprodurre simili all'originale. L'obiettivo è preservare l'integrità dell'opera da un punto di vista sia estetico che conservativo».

E il risultato finale è quello, affascinante, in cui la mano dell'esperto si vede e non si vede.

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