Diritto allo studio, la legge regionale abruzzese cambia dopo 48 anni

Tra i ritardi arriva in commissione la proposta Pd e M5S
«Scuola più inclusiva e accessibile, no alle disuguaglianze»
L’AQUILA
Risale al 19 novembre del 2024 il progetto di legge “in materia di diritto allo studio” presentato dai consiglieri regionali Silvio Paolucci del Pd, Francesco Taglieri del M5S e Luciano D’Amico del Patto per l’Abruzzo per cambiare una legge regionale vecchia di 48 anni. Ci sono voluti due anni di attesa e una serie di solleciti politici per arrivare allo scoglio della prima seduta della commissione Bilancio fissata alle ore 12 di domani all’Emiciclo.
«Il ritorno in commissione è un primo risultato importante, domani partiranno le audizioni che avevamo richiesto, con Unione degli Studenti, Cisl e Uil, mentre martedì prossimo saranno ascoltate Cgil e altre organizzazioni e rappresentanze studentesche», dichiarano il capogruppo Dem Paolucci e il segretario regionale dei Giovani democratici Saverio Gileno. «Chiediamo che, concluso il ciclo di audizioni, la commissione proceda senza ulteriori rinvii alla discussione e alla votazione del testo, affinché la legge possa arrivare in aula. L’Abruzzo», dicono Paolucci e Gileno, «non può più aspettare una normativa regionale sul diritto allo studio capace di affrontare concretamente disuguaglianze, costi dell’istruzione e accesso ai servizi. Le piazze piene di studentesse e studenti che abbiamo visto nelle ultime settimane, in Abruzzo come nel resto d’Italia, chiedono alla politica risposte concrete. Portare finalmente all’approvazione una legge sul diritto allo studio significa dare una prima risposta istituzionale a quelle richieste e dimostrare che l’ascolto delle mobilitazioni può tradursi in atti concreti».
Soltanto per fare un paragone, progetti di legge su premi, feste di paese e manifestazioni sono arrivati al vaglio della commissione in poche settimane: per il diritto allo studio, ci sono voluti due anni. Il progetto di legge dell’opposizione sulla scuola, spiega la relazione, «si propone di garantire e potenziare il diritto allo studio per tutti gli studenti della regione Abruzzo, favorendo un sistema educativo inclusivo, accessibile e attento ai bisogni di apprendimento e di crescita personale». L’obiettivo è introdurre «una serie di misure per rafforzare il welfare studentesco, l’edilizia scolastica, i servizi di mensa, l’accesso alla tecnologia, il supporto psicologico e le attività educative e culturali, con un impegno specifico anche verso l’inclusività e l’educazione affettiva». Il progetto di legge si compone di 21 articoli. La relazione prosegue: «La Regione Abruzzo si pone così come promotrice di un modello educativo che valorizzi le potenzialità di ogni studente, riducendo le disuguaglianze di accesso e le difficoltà legate al contesto socioeconomico, anche grazie a specifici interventi per la salute mentale e l’educazione di genere».
Se fosse approvata, la legge sul diritto allo studio sostituirebbe il testo del 1978, approvato con la presidenza in mano al comunista teramano Arnaldo Di Giovanni, una parentesi rossa in mezzo a un quasi monocolore della Democrazia cristiana: all’articolo 1, in un Abruzzo ancora arretrato e prevalentemente agricolo ma pronto a salire sul treno delle industrie, quella legge dichiarava il suo scopo in appena tre righe e cioè garantire «la gratuità della scuola dell’obbligo, la destinazione collettiva degli interventi e lo sviluppo della scolarizzazione, rimuovendo in particolare gli ostacoli di ordine economico e sociale che determinano l’evasione dall’obbligo scolastico». Era un altro Abruzzo con il tasso di analfabetismo medio intorno al 5% e, se nelle città questo dato scendeva, è nei paesi isolati che il numero si faceva più grande. Adesso, invece, anche la scuola si trova davanti all’intelligenza artificiale, al rapporto con il mondo produttivo e ai cambiamenti sociali.

