Discarica dei veleni Chieste 18 condanne per 180 anni di carcere

I pm aquilani s’allineano alla linea dei colleghi pescaresi Como: «Prescrizione il vero scandalo della giustizia italiana»
L’AQUILA. La Procura generale si allinea alle richieste di condanna (180) anni di carcere) già invocate nel processo di primo grado per i 19 imputati con pene da 4 a 12 anni di carcere. Queste le conclusioni dell’udienza nel giudizio in Corte d'Assise d'Appello all'Aquila relativo alla mega discarica dei veleni di Bussi sul Tirino (Pescara) della Montedison. Richieste palesate ieri pomeriggio al termine della requisitorie dell’avvocato generale Romolo Como e del collega Domenico Castellani andate avanti per circa sei ore e interrotte solo per il trasferimento dalla gelida aula magna del tribunale a quella più piccola, ma riscaldata, degli uffici di Corte d’appello.
ACCUSE E IMPUTATI. Nel mirino gli ex vertici e altri dirigenti che si sono avvicendati alla guida dello stabilimento di Bussi fin dai primi anni Settanta. La condanna più grave, 12 anni e 8 mesi di carcere, è stata chiesta nei confronti di Carlo Cogliati, amministratore delegato pro tempore di Ausimont. Dodici anni sono stati chiesti per Guido Angiolini, amministratore delegato di Montedison dal 2001 al 2003, e per Luigi Guarracino. Undici anni chiesti per Leonardo Capogrosso, coordinatore dei responsabili dei servizi Pas degli stabilimenti facenti capo alla Montedison-Ausimont di Milano; Salvatore Boncoraglio, responsabile protezione ambientale e sicurezza della sede centrale di Milano; Carlo Vassallo, direttore dello stabilimento di Bussi dal 1992 al 1997; Nazzareno Santini direttore dello stabilimento dal 1985 al 1992; Maurizio Aguggi, Giuseppe Quaglia. Le altre richieste di condanna sono 10 anni e 4 mesi per Camillo Di Paolo, Vincenzo Santamato, Giancarlo Morelli, Angelo Domenico Alleva e Mauro Molinari. Chiesti 7 anni per Luigi Furlani, Alessandro Masotti,Bruno Parodi. Le richieste di condanna riguardano 18 dei 19 imputati di avvelenamento e disastro ambientale. Anche i procuratori aquilani hanno chiesto l'assoluzione per non aver commesso il fatto per Maurizio Piazzardi, mentre per Nicola Sabatini l'accusa ha chiesto 4 anni per il disastro ambientale e l'assoluzione per l'avvelenamento dell'acqua. Da segnalare, inoltre, che gli unici abruzzesi imputati sono Di Paolo e Sabatini di Casalanguida (Chieti), Alleva di Bussi, Guarracino e Morelli di Pescara, Santini di Montesilvano (Pescara) e Quaglia di Vittorito (L’Aquila).
LA REQUISITORIA. Il dottor Como, pur sommessamente, ha fatto notare una verità importante. Ovvero che manca una super perizia che avrebbe dissipato molti dubbi. Egli non può chiederla ma potrebbe stabilirla il collegio, presieduto da Luigi Catelli affidandola, semmai, a tecnici di grande spessore. L’accusa ruota sulla consapevolezza degli imputati circa la presenza di veleni nella discarica che avevano inquinato tutta l’area circostante. «La sentenza impugnata», dice Como, «conclude in modo drastico per la insussistenza del fatto-reato con riferimento all’avvelenamento delle acque, assolvendo con la formula più ampia tutti gli imputati. Non con la formula “per non aver commesso il fatto” sancendo proprio l’inesistenza dell’inquinamento dell’acqua destinata all’alimentazione come se a valle di quell’area sgorgassero “chiare fresche e dolci acque” per l’uso umano». La Procura generale fa anche altre considerazioni. «Non è condiviso», ha detto il pg, «il concetto della mancanza di prova di un interesse personale in capo ai singoli operatori perché si tratta di una grande azienda nella quale, pur senza esasperare il concetto della strategia d’impresa, da parte di dirigenti e operatori qualificati (non semplici operai o impiegati), esiste una visione di strategia comune allo scopo di privilegiare gli interessi aziendali non fosse altro che per l’interesse proprio di emergere e avanzare di carriera».
SCANDALO PRESCRIZIONE. «La prescrizione è il vero scandalo della giustizia italiana che di fatto premia i delinquenti più accorti o chi può permettersi efficace difesa», ha detto il magistrato, «e nel nostro caso il comportamento delittuoso è in omissioni e attività di occultamento mentre vi era l’obbligo di controllare e gestire le discariche. La sentenza di primo grado, alla ricerca di soluzioni favorevoli agli imputati, retrodata i fatti delittuosi».
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