DOPO DIECI LUNGHI ANNI L’AQUILA SI PREPARA AL VOLO

7 Aprile 2019

A dieci anni dal grande terremoto, oggi, la mente non può fare a meno di tornare a quel giorno. Era un lunedì santo. Come attestano i manifesti che annunciavano la processione di quattro giorni dopo....

A dieci anni dal grande terremoto, oggi, la mente non può fare a meno di tornare a quel giorno. Era un lunedì santo. Come attestano i manifesti che annunciavano la processione di quattro giorni dopo. Visitai L’Aquila il mercoledì successivo, quando le scosse erano ancora continue. Mi aggirai per un paio d’ore fra edifici sventrati e moncherini di basiliche. Palazzi apparentemente intatti, ma crollati all’interno. Vidi immagini surreali: finestre, nel cui breve spazio erano inquadrati tre o quattro piani di edificio, compressi a fisarmonica. Quel giorno, la città già non apparteneva più alla gente. Mi sembrava di essermi infiltrato in un territorio di guerra, negato ai civili, percorso ossessivamente da camionette dell’esercito e da operatori televisivi. Fui fermato più volte, con comprensibile aggressività, dalle forze dell’ordine. Ma, fu subito chiaro, fin dai primi giorni, che ricostruire una città come quella, con decine di palazzi storici, chiese monumentali, sedi universitarie, teatro, concerti, conventi, caserme, sarebbe stato un lavoro lungo, quasi impossibile. Ogni città possiede un’anima, un clima spirituale. E quando viene distrutta la città in muratura, non scompaiono solo gli edifici, ma si dissolve anche un certo modo di essere e di vivere. Capimmo subito che noi abruzzesi rischiavamo di perdere non solo il capoluogo, ma una città unica nel suo genere, ed una dimensione fondamentale della nostra civiltà regionale. Rivisitai L’Aquila nell’inverno successivo. Mi apparve spettrale. Abitata da cani randagi. Finestre che mostravano interni oscuri e gelidi, dimora ormai di uccelli e ratti … Tutto fermo a quella terribile notte.
Passando per l’autostrada che va a Roma, ogni volta lo sguardo cadeva su quella interminabile macchia oscura. Bastava quell’immagine a dirci che una città, importante per la sua storia, dalla civiltà originale, si era spenta.
Oggi, a dieci anni, lo spettacolo sembra in parte cambiato. Le luci sono tornate ad illuminare la città. Il centro urbano, sovrastato da una selva di gru, è ancora l’immenso cantiere di prima e la gente abita ancora la vallata. La città sembra uno scacchiere in cui, vita e morte si contendono il terreno. Ai quartieri rinati, con sembianza antica e nuova, si oppongono settori ancora pieni di macerie. Sta accadendo ciò che è successo altre volte. L’Aquila, anno dopo anno, sta tornando a vivere. Giorno verrà in cui il superbo uccello si leverà ancora nel cielo. Sì, verrà il giorno in cui la gente lascerà i moduli abitativi sparsi nella vallata e tornerà a popolare la città. Le case risuoneranno ancora di voci, i negozi risplenderanno di luci, la parola risuonerà nuovamente nelle sedi del sapere, le chiese torneranno ad essere frequentate, per fede e per turismo … Allora, solo allora, potremo parlare di miracolo.
* Docente filosofia