«Ebola, bene l’allerta ma non serve isolarsi»

PESCARA. Ebola, paura del contagio e paura dell'altro che determina discriminazione ed allarmismi. La parlamentare abruzzese del Pd Maria Amato, primaria radiologa all’ospedale di Vasto, ha...
PESCARA. Ebola, paura del contagio e paura dell'altro che determina discriminazione ed allarmismi. La parlamentare abruzzese del Pd Maria Amato, primaria radiologa all’ospedale di Vasto, ha relazionato sul virus alla Camera, diventando così un’esperta sul tema.
I protocolli attivati dal ministero della Salute sono efficaci e il nostro Paese è ancora considerato a basso rischio di trasmissione del virus. Le strutture di riferimento sono lo Spallanzani di Roma e il Sacco di Milano, due centri di eccellenza il cui livello di adeguatezza è del grado più alto.
Dottoressa Amato, come si colloca l’Italia nella geografia mondiale delle zone a rischio ebola? «Il rischio di probabili contagi del virus Ebola in Italia è estremamente basso perché non abbiamo voli diretti dai tre Paesi a rischio, Sierra Leone, Liberia e Guinea ma solo dalla Nigeria. Il professor Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma, afferma inoltre che l'Italia è pronta e preparata sulle malattie infettive, vengono seguite le direttive del ministero della Salute sul percorso di valutazione del rischio e sulla seguente gestione. E se l'Italia ha un rischio estremamente basso, l'Abruzzo ancora di più».
L'Italia è però porta di ingresso dei migranti dal sud del mondo. «E' corretto fare salire l'allerta, attivarsi e chiedere risorse per un’azione internazionale volta a risolvere i focolai epidemici, ma è necessario passare attraverso una corretta informazione: il panico, la paura dello straniero, il cordone di difesa rispetto ai flussi migratori non sono funzionali a questo obiettivo. L'isolamento in un percorso di cura ha una traduzione diversa dal sospendere immediatamente l'operazione Mare Nostrum, l'isolamento del focolaio necessita di un’azione medica diretta sul focolaio, non di difesa dei nostri confini».
Quali le contromisure per mettersi al riparo dal virus? «La prima contromisura è un modello di comunicazione chiaro e capillarmente diffuso con informazioni semplici, facilmente comprensibili magari associate ad immagini. Ho chiesto al governo un'adeguata campagna di comunicazione, direttive chiare agli operatori della sanità, l'approvvigionamento dei presidi da utilizzare nel remoto caso di sospetta infezione da Ebola nel Pronto soccorso prima e durante il trasferimento alle strutture nazionali di riferimento con breve ma intenso refresh formativo sul loro utilizzo, il rafforzamento della rete delle unità operative di malattie infettive che nel recente passato è stata per l'Italia una garanzia rispetto alla infezione dell'Hiv, attualmente ridimenzionata dai tagli alla spesa. Guai a pensare che ci si difende guardando allo straniero come contaminatore, specie se lo straniero è povero».
Esistono categorie più a rischio contagio? «Sì, sono gli operatori della sanità e coloro che per servizio entrano in contatto stretto col paziente, i familiari e chi convive col paziente, chi ha maneggiato il cadavere senza precauzione, i soggetti a basse difese immunologiche».
Quali i comportamenti corretti da adottare ? «Il virus persiste fino a 60 giorni dal primo contagio nei liquidi organici e quando pensiamo a sangue e sperma dobbiamo ricordare che una delle modalità di trasmissione è la via sessuale».
Quanto incide a livello sociale l'informazione sul virus, sulla paura dell'altro? «La paura del diverso, quella che fa dire a qualcuno che i migranti portano le malattie va respinta. I virus non fanno distinzione, si spostano con aereo e nave, in business class e sulle carrette del mare. L'abbiamo vissuto già per l'Aids, il virus molto spesso viaggiava in giacca e cravatta».
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