«Emergenza-urgenza riformiamo il sistema copiando da Israele»

8 Giugno 2015

Da due anni medici e infermieri abruzzesi trascorrono brevi periodi di formazione a Tel Aviv. Con un’idea in testa...

PESCARA. Si può ripartire dall’esperienza di Israele per disegnare in Abruzzo un sistema di emergenza-urgenza che parli una sola lingua, che utilizzi procedure e attrezzature comuni, che porti avanti un programma di formazione continua, in collaborazione con le università, per gli 800 operatori sanitari che lavorano dell’area critica: 118, pronto soccorso, operatori di anestesia e rianimazione. Sono circa 60 i sanitari, tra infermieri e medici di area critica, che dal 2013 hanno trascorso un periodo di 15 giorni di alta formazione in Israele nell’ambito del progetto “Abruzzo 2020 Sanità sicura”. Al termine del progetto, nel 2016, gli operatori abruzzesi coinvolti saranno 120. Nelle intenzioni del coordinatore del progetto Gabriele Rossi, e del referente per l’università dell’Aquila Franco Marinangeli questo nucleo iniziale di operatori potrebbe fare da stimolo alla costruzione del nuovo modello di emergenza abruzzese, necessario a una sanità moderna. «Il progetto», racconta Rossi, «è nato all’indomani del terremoto dell’Aquila. Israele, attraverso l’allora sottosegretario Gianni Letta fece pervenire al governatore Gianni Chiodi la propria disponibilità ad aiutare in qualche maniera l’Abruzzo. E poiché la Regione stava affrontando per la prima volta, almeno sulla carta, la riorganizzazione della rete di emergenza-urgenza, nacque l’idea di utilizzare la grande esperienza di Israele in questo settore». Nel settembre del 2013 l’accordo fu firmato a Roma alla presenza di Letta, Chiodi e il premier israeliano Benjamin Netanyahu.

Perché il modello Israle è importante? E perché importarlo in Abruzzo? Per il professor Marinangeli, il punto di forza israeliano è l’organizzazione dell’emergenza, un sistema fortemente integrato dove medici e infermieri lavorano gomito a gomito e spesso si scambiano i ruoli: «Loro hanno una visione realistica del problema. Noi ragioniamo ancora come se l’emergenza fosse un qualsiasi reparto ospedaliero con confini ben precisi. Ma nell’emergenza questa cosa non può funzionare, perché i ruoli spesso si scambiano per carenza di risorse». Una rigidità che in Abruzzo viene amplificata dalla presenza di quattro Asl con regole e procedure proprie. Spiega Marinangeli: «Nessuna norma dice che il 118 non possa o non debba collaborare con il Pronto soccorso e questo con l’anestesia e rianimazione. Nulla vieta che ci sia uno scambio reciproco di professionalità. Il problema è che in Abruzzo abbiamo quattro dipartimenti per l’emergenza urgenza e ognuno si muove per proprio conto». L’emergenza, spiega il professor Marinangeli, «è fatta di professionalità ma soprattutto di organizzazione. Direi che nell'emergenza l’80% dei risultati dipende dall’organizzazione, che vuol dire mezzi, modalità di comunicazione tra le varie unità operative e le varie Asl, perché spesso un paziente inizia il suo percorso in una Asl per completarlo in un’altra. E se nelle Asl non si parla stessa lingua i problemi vengono fuori. Per questo non si può pensare di lavorare a compartimenti stagni. Da qui l’importanza di questo progetto con Israele, dove ogni problema viene posto in termini globali, unitari, studiando numeri e casistiche, e unificando formazione, mezzi ed equipaggiamento». Mentre in Abruzzo ogni Asl fa la sua formazione, gli equipaggiamenti delle ambulanze sono diversi nelle quattro aree, e persino le borse mediche non sono uniformi.

«Così si crea un sistema disomogeneo e a quattro velocità», dice Marinangeli, «per esempio, come si fa a definire il bisogno di elisoccorso? Su base campanilistica o sulla base dei numeri? In Israele ci sono solo due elicotteri per il soccorso. Ne abbiamo due anche in Abruzzo, ma quello dell’Aquila non può atterrare a Pescara perché l’eliporto dell’ospedale non è omologato per quel tipo di velivolo». È anche per questo, dice Marinangeli, che «la nostra sanità non produce risultati rispetto ai costi. Abbiamo perciò la necessità di integrare al 100% le risorse, cercando di ottimizzare qualcosa che già esiste. Per esempio, come direttore della scuola di anestesia e rianimazione ho 80-90 specializzandi che possono dare il loro apporto (come già fanno nei vari reparti) anche in termini di ricerca a supporto della Regione». Argomento delicato, perché da sempre universitari e ospedalieri, gli ospedalieri più degli universitari, fanno gioco a sé. Una contrapposizione «evidente e dannosissima», dice Marinangeli, «perché l’universitario viene visto come un teorico, uno che non “sta in trincea” come l’ospedaliero». Occorre invece «riportare in Abruzzo la mentalità degli israeliani», dice Rossi. «Occorre una regia unica sull’emergenza. Ci sono già regioni in Italia che hanno un sistema sanitario d’emergenza unificato, penso alla Lombardia, noi potremmo fare meglio costruendo un’unica azienda che gestisce tutta emergenza, un’agenzia regionale dell’emergenza-urgenza e un centro di simulazione regionale che funzioni di concerto tra Asl e università, con il coinvolgimento del terzo settore e delle forze dell’ordine». Un libro dei sogni? A Tel Aviv dicono che si può fare. Anzi, che è così che si fa.

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