«Esercitare il cervello può ridurre il rischio»

24 Luglio 2014

CHIETI. L'Alzheimer è una malattia degenerativa del cervello, dovuta alla morte progressiva e irreversibile dei neuroni e della possibilità di comunicare tra loro. Prende il nome da Alois Alzheimer,...

CHIETI. L'Alzheimer è una malattia degenerativa del cervello, dovuta alla morte progressiva e irreversibile dei neuroni e della possibilità di comunicare tra loro. Prende il nome da Alois Alzheimer, psichiatra e neuropatologo tedesco che fu il primo a descrivere un caso di demenza senile, nei primi del '900. Un nome che fa paura, ma è un timore che vale la pena superare per imparare a conoscere meglio sintomi e prevenzione di questa malattia. Ci aiuta la neurologa Laura Bonanni, ricercatrice nella Clinica Neurologica dell'università di Chieti, diretta da Marco Onofrj.

Dottoressa, come si manifesta la malattia di Alzheimer?

«Dal punto di vista clinico, la malattia si manifesta come deficit della memoria a breve termine. Questi deficit sono accompagnati da disturbi più complessi caratterizzati da difficoltà nello svolgimento delle attività quotidiane, come preparare un pasto, utilizzare strumenti per la gestione della casa, pulire e curare l’igiene personale. E ancora, si manifesta una progressiva difficoltà nel selezionare e usare le parole: le frasi possono diventare più semplici o frammentate; c'è una ridotta capacità di ricordare o identificare volti familiari, oggetti, suoni e luoghi; diminuisce la capacità di pensare con chiarezza, di discutere argomenti complessi o di comprendere pienamente alcuni. Si riduce poi la capacità di organizzare e prendere decisioni appropriate, o di scegliere tra diverse opzioni. Il paziente può agire in modi giudicati inusuali o inappropriati».

Quali sono i primi sintomi?

«La malattia comincia con sottili modificazioni della memoria e dell’orientamento, comprendenti frequenti dimenticanze, difficoltà nello svolgimento di compiti quotidiani complessi, come gestire il denaro, pianificare eventi o progetti. Questo stadio precoce può durare molti anni, e può essere a volte indistinguibile da più lievi stati di deficit cognitivo dovuti ad esempio agli effetti collaterali di alcuni farmaci, a malattie mediche o psichiatriche».

Quali sono i disturbi del comportamento?

«I cambiamenti di umore e di comportamento possono assumere forme diverse, comprese aumentata irritabilità, perdita del controllo emotivo, ad esempio rabbia intensa, frustrazione, tendenza al pianto. E ancora, linguaggio scurrile o inappropriato, perdita del piacere nello svolgimento di attività specifiche, e tendenza all’apatia. Il paziente può sembrare meno socievole o più concentrato su se stesso, e può agire in maniera disinibita. Può apparire più sospettoso, pauroso, o infastidito dagli altri, e le reazioni agli stress quotidiani possono essere sproporzionate. Un fenomeno tipico della malattia è il “sundowning”, caratterizzato da agitazione e ansia che aumentano nelle fasi finali della giornata, al crepuscolo. Il delirio e il comportamento di fuga sono altri sintomi comportamentali».

E' una malattia in costante aumento, perché?

«L’età avanzata è il fattore di rischio più importante per lo sviluppo dell'Alzheimer: dopo i 65 anni, le probabilità di ammalarsi aumentano progressivamente. Pertanto, il graduale invecchiamento della popolazione nel mondo occidentale è la causa fondamentale dell’aumento di incidenza della malattia».

E' ereditaria?

«La maggiore parte dei casi, intorno al 90%, sono sporadici, cioè non riconducibili ad una causa genetica nota. Tuttavia esistono dei fattori di rischio genetici per l'Alzheimer. Avere un parente di primo grado con questa malattia, come un genitore o un fratello, aumenta il rischio di svilupparla di circa 3,5 volte».

Si può curare?

«Sebbene diverse strategie possano ridurre il rischio di sviluppare l’Alzheimer, la loro utilità dopo l’esordio clinico è limitata. Non è disponibile una cura, ma alcuni farmaci si sono dimostrati efficaci nello stabilizzare o migliorare i sintomi. Vi sono tuttavia diverse farmaci in sperimentazione clinica che hanno come target le cause patogenetiche della malattia. Alcune di queste sperimentazioni vengono effettuate nel nostro centro demenze».

Si può prevenire l’insorgenza della malattia?

«Alcuni fattori possono ridurre il rischio di Alzheimer o svolgere un ruolo neuroprotettivo. Le attività sociali, intellettive, fisiche possono aiutare ad esercitare il cervello aumentando la riserva cognitiva. E poi, la prevenzione del rischio cerebrovascolare attraverso la riduzione della pressione arteriosa, il controllo del diabete, la dieta, che deve essere ricca di antiossidanti, vitamine e folati».

A che punto è la ricerca?

«La prossima fase nel trattamento dell’Alzheimer sarà rivolta ad arrestare il processo patogenetico che porta alla malattia, anziché semplicemente trattare i sintomi».

Ci sono terapie non farmacologiche utili?

«Sì, e sono spesso utilizzate per fornire uno stimolo mentale ai pazienti: molte danno un senso di benessere, alleviano lo stress e possono influenzare positivamente il decorso della malattia. Alcuni esempi sono la musico-terapia e la pet therapy, l'attività di socializzazione e l'esercizio fisico. Un programma di riabilitazione cognitiva intensiva è disponibile nel nostro centro demenze, in collaborazione con l’istituto di Psicologia dell’università D’Annunzio».

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