Gelo, anno nero per ortaggi e cereali in Abruzzo
L’agricoltore D’Alfonso: le basse temperature hanno danneggiato soprattutto i seminativi, chi tutelerà i piccoli produttori?
CAPESTRANO. A Capodacqua il vento agita le spighe dei campi di grano e le fronde inaridite dei noci. Le cime che incoronano le terre del Guerriero sono pulite, la neve è rimasta solo sul Gran Sasso, il sole è caldo e alle 14 ci sono 27 gradi. Buon segno, è la prima vera giornata di primavera, la spinta che ci voleva per far ripartire la vegetazione. Le semine primaverili di cereali e foraggere, qui estese a perdita d'occhio, hanno bisogno di calore. Come le tenere gemme del Montepulciano che rispuntano dalle drastiche potature imposte dalla gelata del 25 aprile. Ma ci sono ortaggi e legumi ancora da seminare. Fagioli, lenticchie, grano solina. Frutti di un territorio aspro e difficile. Valle dell'Aterno, Valle del Tirino, altopiano di Navelli, Valle Peligna. Da Sulmona a L'Aquila quindicimila ettari di produzioni agricole di cui una piccola parte di frutteto, 1,200 ettari di olivi, (“solo”) 500 ettari di vite.
Ma sono questi a fare notizia dopo la prima eccezionale sferzata di gelo nella notte tra 25 e 26 aprile scorso e le successive in cui la temperatura si è mantenuta prossima allo zero, nelle ore più fredde anche sotto. Una calamità che in realtà ha messo in ginocchio tutto il sistema agricolo, non soltanto gli “eroici” vignaioli a monte dell'alta Valle del Pescara. Diecimila ettari di cereali danneggiati: come faranno quest'anno i piccoli allevatori a dare da mangiare ai propri animali, ci si chiede. Come farà chi produce latte, carne, cereali e legumi?
«Di fronte alla catastrofe ci vuole la livella. Per dare di più a chi ha meno forza economica. A chi non può permettersi l'agronomo in campo e ha problemi ad acquistare scorte e gasolio. Adesso reperire i prodotti del territorio non sarà facile e i prezzi saliranno». Parla Alfonso D'Alfonso, agricoltore custode di fagioli aquilani e della solina del Parco del Gran Sasso. D'Alfonso, presidente della Dmc Gran Sasso L'Aquila e Terre Vestine, socio Coldiretti come da tradizione familiare, è tornato alla terra spinto dall'urgenza di rivalutare il legame col territorio d'origine. Ora fa da ripetitore alle voci della stragrande maggioranza di imprenditori agricoli sul territorio, microaziende, piccole realtà multifunzionali con pluralità di produzione. Che producono eccellenze e danno lavoro, spiega, ma hanno margini di guadagno più bassi, sono le meno capitalizzate, le meno specializzate. Eppure uniche e preziose nell'esprimere la biodiversità dell'Abruzzo interno, poverissimo ed estremo. «Nella calamità non puoi restare legato solo alla vite, sebbene anche noi ne abbiamo due ettari colpiti dal gelo, solo perché il vino è identificato come prodotto di punta dell'economia regionale. O perché le aziende meglio strutturate e capitalizzate sono quelle vinicole, pur trattandosi di una minoranza». Affiancato «d'urgenza» da Maurizio Mancini, esperto in gestione di colture pregiate, e Nicola Di Ciano per la parte agronomica, D'Alfonso va avanti e mostra il favino in piena fioritura con i fiori bruciati. Significa che non produrrà il baccello. Che mancherà l'elemento proteico nell'alimentazione del bestiame. Poi l'orzo spigato, ormai gelato: la perdita è forte. Andata persa anche la prima produzione sperimentale di fragoline di bosco, all'ombra dei pannelli solari che garantiscono l'autosufficenza energetica all'azienda immersa nella Valle del Tirino, territorio del Parco del Gran Sasso. Per gli ortaggi già impiantati in Valle Peligna la situazione è compromessa, ripete. «Se è vero che questa è una calamità mi sarei aspettato una gestione unitaria del fenomeno da parte delle organizzazioni professionali. In realtà non c'è percezione di una strategia di intervento. Se questo è un invito a vedercela da soli, si dica apertamente!».
«Una stima dei danni ora è impossibile, a dir poco è del 60%, dipende dalle zone, per i cereali si arriva anche al 100%. Le colture precoci sono state le più colpite. Le uniche indenni sono le semine primaverili, orzo, ceci, fagioli non a uso zootecnico però. Cosa daremo da mangiare agli animali? Io ho una sessantina di capi e ho bisogno di altrettanti ettari di foraggio per sfamarli. Significa che dovrò acquistare. Usciamo da un'annata di grande siccità e di scorte non ne abbiamo. Neanche di tipo finanziario! Sarà un problema, che inciderà anche sulle spese di trasporto» riflette Alfredo Ursini, allevatore di vacche di pregiata razza marchigiana a Capodacqua. Anche la sua è un'azienda familiare multifunzionale, cereali, foraggi, piante di olivo e ospitalità. «Speriamo di risolvere qualcosa con il mercato contadino aperto a L'Aquila da Slow Food. La vendita diretta serve ad accorciare la filiera della distribuzione, aiuta la formazione dei gruppi di acquisto». A oggi la stima dei danni non c'è, fa eco D'Alfonso, «siamo alle prese con i nostri problemi quotidiani, in più si tratta di produrre una mole tale di documentazione che quasi preferiamo tenerci la gelata se l'aiuto consiste in questo. A danneggiare di più l'agricoltura è la burocrazia».
Se a tutto questo si aggiungono le puntuali incursioni dei cinghiali («prederanno il favino e tutto il resto che abbiamo salvato»), il mancato raccolto della trascorsa annata causa siccità («se ne parla ora giusto perché ha colpito anche i vigneti»), la stasi vegetativa invernale che quest'anno è mancata per via delle temperature sopra la media, le possibili contromisure per evitare future catastrofi climatiche («le assicurazioni sono troppo onerose e non applicabili alle colture più povere, i sistemi antibrina con irrigazioni estensibili e le reti di protezione antigrandine possono valere solo per vigneto e frutteto) non è difficile comprendere lo stato d'animo di chi coltiva e custodisce la terra. «Gradiremmo», conclude D'Alfonso «che politica e burocrazia, oltre a calcare giustamente la prestigiosa e onerosa passerella del Vinitaly, venissero a sporcarsi le scarpe nella terra e nelle stalle in questi giorni difficili. Solo così si capiranno meglio le difficoltà quotidiane dei veri agricoltori eroici».
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