Giachetti: «Pannella come un padre Applico la sua non violenza»

Il ricordo del parlamentare di Italia Viva, appena uscito da uno sciopero della fame di 12 giorni
PESCARA
«Una volta io, Carlo Romeo, Vittorio Feltri e Pannella prendiamo un aereo privato dall’Aeroporto dell’Urbe di Roma per andare a Palermo».
Fin qui, tutto normale.
«Il problema era “l’aereo”, una roba da morire. A ogni soffio di vento, eravamo convinti di essere sul punto di schiantarci al suolo».
Il panico generale, immagino.
«Quando atterriamo Feltri è bianco come un cadavere, io e Romeo uguale. L’unico tranquillo era Marco. Durante tutto il viaggio noi eravamo terrorizzati, lui chiacchierava come se niente fosse, non gli fregava nulla».
Sprezzante del pericolo?
«Marco è sempre stato un po’ incosciente. Anche un fatalista».
Marco Pannella è stato come un secondo padre, almeno dal punto di vista politico, per Roberto Giachetti. Cresciuto «al 18» di Torre Argentina, indirizzo della storica sede romana del Partito radicale, con il tempo il parlamentare, oggi con Italia Viva, ha preso la propria strada. I suoi metodi di lotta politica però non sono cambiati: contro lo stallo della Commissione vigilanza Rai, ferma da 20 mesi, ha iniziato uno sciopero della fame durato 12 giorni. Soltanto ieri, dopo essersi ammanettato al suo banco alla Camera dei deputati e aver annunciato l’intenzione di intraprendere anche lo sciopero della sete, ha ottenuto dalla maggioranza la promessa che la commissione tornerà a funzionare. Gli insegnamenti del suo maestro sono, evidentemente, ancora validi.
Giachetti, ci spieghi le ragioni del suo sciopero.
«Per nominare il presidente della Rai serve anche l’approvazione, a maggioranza dei due terzi, della Commissione di vigilanza Rai. Dunque il centrodestra da solo non può decidere: deve trovare un nome accettabile anche per l’opposizione».
Ma fino a ora niente accordo.
«Hanno proposto Simona Agnes, ma noi non abbiamo accettato. La loro risposta è stata mettere sotto sequestro la Commissione, facendo puntualmente mancare il numero legale».
Va avanti così da 20 mesi.
«Non si è potuta riunire su nulla. Per essere chiari, non ha potuto dire niente su come è stata condotta la campagna referendaria, su come è stata gestita la par condicio. Parliamo di una commissione importante: vigila sul servizio pubblico, quello per cui tutti paghiamo il canone. La situazione era oggettivamente insostenibile».
Quindi lei inizia lo sciopero.
«“Non possiamo accettare la dittatura della minoranza”, ci dicevano. E avrebbero anche avuto ragione, se fosse stata presentata una lista di nomi bocciata in toto da noi. Ma la verità è che oltre ad Agnes non ci è mai stata fatta un’altra proposta».
Alla fine, però, ha vinto lei: la maggioranza ha emesso un comunicato in cui assicura che ci sarà il numero legale alla prossima seduta.
«Mi ha chiamato Meloni per dirmi che era preoccupata per la mia salute. Io, come ho detto anche in aula, le ho risposto di preoccuparsi di più della salute della democrazia. Non so attraverso quali canali, ma penso che la premier abbia contribuito a sbloccare la situazione».
Applicazione ante litteram del metodo Pannella.
«La formazione che ho fatto nel Partito radicale, stando vicino a Marco, mi ha aiutato tantissimo. Quando ti trovi in determinate condizioni, ti rendi conto di quanto la non violenza ti permetta di arrivare dove, altrimenti, non potresti mai».
La prima volta che ha visto Pannella?
«Nel 1979, a piazza Navona, durante una manifestazione. Ricordo che gli autonomi gli lanciavano contro degli oggetti sul palco».
Lei non era ancora radicale.
«Ai tempi stavo in Lotta continua. Quando lo sentii parlare, però, rimasi folgorato».
Quindi va al 18 di via Torre Argentina.
«Me lo ricordo come fosse ieri. Arrivo davanti alla sede e la prima cosa che vedo è il manifesto di Vittorio Occorsio ammazzato. La faccia di quest’uomo crivellata di colpi, col sangue da tutte le parti. Mi sono detto: ok ho sbagliato, fammi andare via da qui».
Non lo ha fatto.
«Ho conosciuto Rutelli e pian piano tutti gli altri. Poi sono passato al nazionale, ho fatto Radio radicale e così via».
Il primo faccia a faccia con Pannella?
«Un attacco furibondo: mi coprì di insulti (ride, ndr)».
Racconti.
«Gli spiegai che me ne ero andato di casa. “Perché mai?”, mi chiese. Quando gli dissi che era perché i miei volevano che mi laureassi mentre io volevo fare altro, partì in quarta: “Non capisci nulla. Tuo padre ha ragione, ti devi laureare”».
Ma poi è stato lui a volerla alla segreteria nazionale.
«Da lì è iniziato un rapporto bellissimo, diviso in due momenti. Il primo da militante radicale, l’altro nella fase successiva, che forse è stato anche più intenso».
Ne parla come di un secondo padre.
«Gran parte delle cose che ho imparato le ho apprese da lui. Se ne è andato mentre correvo come candidato sindaco a Roma, e nel giro di venti giorni ho perso anche mio padre: fu un momento di profondo dolore per me».
Un aneddoto dei tempi della militanza radicale?
«Quando andammo al congresso dell’Msi, da Almirante. Io, che venivo dalla sinistra, non è che mi sentissi proprio tranquillo in mezzo a quella gente».
Pannella, invece, sì.
«In quel momento Almirante era isolato dalle altre forze politiche. Pannella fu l’unico ad accettare. La spiegazione: “Io ci vado perché lì non vedo fascismo, solo nostalgia”. Sa cosa disse Almirante quando lo vide?».
Cosa?
«“Grazie, caro Marco, per essere venuto, ma con molta franchezza devo dirti che stai sbagliando: il fascismo è qui”».
E lui?
«Pannella mica si faceva fregare. Tanto era intransigente su certe cose quanto disponibile al dialogo, anche quando sembrava fuori scala. Fece un discorso bellissimo ricordando i ragazzi, di destra e di sinistra, che erano morti in quegli anni».
Voi due, in giro per l’Italia, e Pannella senza patente.
«Ti chiedeva sempre di andare più veloce. Una volta rimasi scioccato».
Perché mai?
«Dovevamo andare a Napoli ed eravamo in ritardo. Prendemmo una macchina a noleggio, che guidavo io. Giuro che andavamo a 200 chilometri orari, sorpassando come matti, sempre rasenti al guard rail».
Il Pannella incosciente.
«Aspetti. A un certo punto lui, che un po’ dormiva, un po’ leggeva ma comunque non si rendeva bene conto della realtà che aveva di fronte, mi fa: “Non possiamo andare un po’ più veloce?”. “Certo Marco, il tempo di montare le ali alla macchina e prendiamo il volo”».
Insieme avete fatto diversi scioperi della fame.
«E della sete. Quello storico per la Corte costituzionale – era la seconda fase del nostro rapporto – in cui lui si bevve le proprie urine, per esempio».
Lei non lo ha fatto.
«Ricordo che entrò in buvette con questo bibitone in mano e disse: “Portatemi un bicchiere di carta, devo bere il mio piscio”. La sala rimase paralizzata (sorride, ndr)».
Anche in quel caso lei occupò la Camera.
«Per qualche ora. Poi venne Casini, ai tempi presidente della Camera, e accettò di riunire il Parlamento in seduta comune – evento straordinario – per eleggere i nuovi giudici della Corte. Andammo anche in tv e chiamò in diretta anche il presidente della Repubblica Ciampi, ma lui nulla. Non voleva mollare».
Cioè?
«Eravamo da “Buona domenica” di Maurizio Costanzo. Chiama Ciampi: “Interrompete, per favore, vi prometto che troveremo una soluzione”. Io non ci potevo credere, ma lui mi diceva: “Però, guarda, non è stato chiarissimo”».
Com’è finita?
«Gli ho detto: “Marco, sei in sciopero della sete da sette giorni, da tre bevi le tue urine. Io le mie non le ho messe da parte, e comunque non ho intenzione di berle. Quindi fai come ti pare, ma per me la questione finisce qui”. Alla fine ha ceduto anche lui, ma era fatto così. Per guadagnarsi degli spazi informativi, che altrimenti sarebbero stati irripetibili, era disposto a spingersi oltre il limite».
Ha mai avuto paura per la sua salute?
«Come no. Una volta era in sciopero della sete, andai da lui e lo trovai con le labbra spaccate e sanguinanti da quanto era disidratato. Dissi: “Ragazzi, fermi tutti. Questo è troppo”. Ma il nostro Paese deve molto alle follie di Marco».
Insieme avete vissuto anche il mondo delle carceri.
«Un periodo incredibile. È impossibile spiegare a chi non lo ha vissuto cosa significasse entrare in carcere con Pannella. Il tifo da stadio in confronto era niente. Pure gli stranieri che non parlavano italiano lo conoscevano. Bisognerebbe averne respirato gli odori per capire cosa significava».
L’ultimo ricordo che ha di lui?
«È il più profondo e il più triste. Quando io e Matteo (Renzi, ndr) siamo andati a trovarlo. Già non parlava più, ma con gli occhi comunicava in maniera pazzesca. Ti diceva tutto».
Dopo quanto è morto da quell’incontro?
«Tre giorni. Andava continuamente davanti alla finestra. C’erano due tortore che lo affascinavano. Era convinto che stessero lì per accompagnarlo nel suo ultimo viaggio».
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