I 400 alpini dell’Aquila nelle terre della tragedia

Il 25 iniziò la missione che portò in Basilicata i primi soccorsi ai terremotati Per l’operazione il Battaglione fu insignito della medaglia di bronzo al valor civile
L’AQUILA. Alle 20 di domenica 23 novembre 1980, alpino di leva da poco più di 5 mesi, ero in libera uscita. Ne avevo approfittato per fare un salto a casa, a Onna, cenare e rientrare prima delle 23 nella caserma “Rossi” sede del Battaglione alpini L’Aquila. Mentre mangiavo con i miei, il Tg1 diede la notizia che alle 19,34 era stata registrata una “forte scossa” fra Campania e Basilicata. Il 24 novembre ancora nulla faceva presagire che di lì a poco più di 24 ore, insieme ad altri 400 commilitoni, sarei stato inviato in Basilicata per soccorrere la popolazione. L’adunata del mattino fu quella solita. Il programma del giorno prevedeva la “classica” marcia dall’Aquila a Collebrincioni. A mezzogiorno quando la mia compagnia (la 94esima) rientrò dalla marcia notai una certa agitazione nell’ufficio del comandante, il tenente colonnello Mario Giordano, uomo rigoroso, a volte duro, ma che faceva funzionare splendidamente la caserma (cucine comprese). Per tutto il pomeriggio le voci si rincorsero: si parte, no non si parte. Alle 18 fu bloccata la libera uscita e a tutti venne chiesto di preparare con cura lo zaino.
LA PARTENZA
Alle 4 del mattino di martedì 25 novembre decine di camion furono schierati sul piazzale. Poco dopo salimmo e la colonna, se pur lentamente, si mosse. Iniziò così l’operazione che portò centinaia di giovani aquilani _ poco meno che ventenni _ in Basilicata e in particolare nei comuni di Pescopagano, Castelgrande, Muro Lucano, Bella in provincia di Potenza. Si trattava di paesi completamente devastati dal sisma che toccò il decimo grado della Mercalli (6.9 della Richter).
La mia compagnia, la 94esima, guidata dal capitano Armando Monaco fu destinata a Muro Lucano paese arroccato su uno sperone calcareo a 700 metri sul livello del mare. Il terremoto aveva distrutto l’80 per cento delle abitazioni. Sotto le macerie avevano perso la vita 21 persone. Il viaggio durò una infinità. Giungemmo a Muro Lucano intorno alle 2 di notte. Era già il 26 novembre. Furono montate in fretta e furia la tenda comando, la cucina da campo e altre minuscole tende per la truppa. Mi toccò il turno di guardia dalle 3 alle 5. Alle 5 c’era la sveglia e quindi fu una notte in bianco.
SOCCORSI IN RITARDO
Oggi sappiamo che giungere sul luogo della tragedia 48 se non addirittura 72 ore dopo è come non arrivare. E questo accadde in Irpinia. Gli ordini da Roma ai comandi militari non erano chiari. Il 26 novembre mattina una squadra, dove c’ero anch’io, fu mandata nel vicino cimitero per riportare all’interno del camposanto una ventina di bare finite sulla strada dopo che il muro di cinta su cui poggiavano i loculi era venuto giù. Ci fermarono all’ultimo momento, qualcuno si rese conto che quella era una operazione che non poteva essere affidata a ragazzi a mani nude visto che bisognava pure ricomporre alcune salme. Il secondo incarico ci portò dentro la tragedia. Salimmo lungo una strada che si inerpicava verso il centro storico di Muro Lucano. Dovevamo montare delle grosse tende scaricate, non si sapeva bene da chi, ai margini della carreggiata. Anche qui venne fuori tutta l’inadeguatezza dei soccorsi perché noi non sapevano nemmeno da dove cominciare. Provammo, ma ci rendemmo conto che stavamo solo perdendo tempo. Intanto giungevano furgoni pieni di viveri e vestiario che venivano scaricati a casaccio in ogni spazio utile e libero da macerie. In una piazzetta troneggiavano confezioni di latte che nessuno prendeva. Alcune scatole le prendemmo noi per la “cena” della sera. La rabbia della gente che si sentiva abbandonata la toccammo con mano il 28 novembre. Le tende che avevamo lasciato smontate il giorno prima erano state tirate su (non tutte) da personale militare più esperto. La mia squadra composta da una decina di alpini ricevette l’ordine di far sgomberare le tende già occupate, non bastavano per tutti e bisognava dare priorità ai vecchi e ai bambini. Io avevo l’incarico di caporale e il sottotenente che ci guidava, Gregorio Toccarelli originario di Pescina, mi ordinò di entrare con altri due alpini in una tenda e far uscire gli occupanti. Obbedii ma non avevo nemmeno iniziato a parlare che un uomo si alzò dal letto e ci mostrò, minaccioso, un coltello con una lama da paura. Girammo i tacchi e riferimmo per via gerarchica. L’operazione sgombero finì lì. Col passare dei giorni la situazione organizzativa migliorò.
L'OSPEDALE DA CAMPO
Nella parte bassa di Muro Lucano fu “piantato” un ospedale da campo. Insieme all’autista di un camion ero stato mandato a far base in quella zona prima che l’ospedale fosse montato. Il nostro compito sarebbe stato poi rifornire d’acqua le case sparse intorno a Muro Lucano. L’area individuata per l’ospedale era molto fangosa e il maltempo di quei giorni non aiutava. Arrivarono enormi mezzi militari che scaricarono tonnellate di ghiaia. Ne venne fuori una grande piazza su cui furono montate le strutture necessarie per pronto soccorso e reparti. Col passare dei giorni (e soprattutto dopo l’intervento del presidente Sandro Pertini e la nomina a commissario di Giuseppe Zamberletti) le cose cominciarono a funzionare meglio. A Muro giunsero i volontari dall’Emilia Romagna che “lavoravano” già in maniera coordinata con un capo campo e vari responsabili. Rimanemmo a Muro Lucano fino al 18 dicembre 1980.
LA MEDAGLIA
Il Battaglione alpini L’Aquila per quell’intervento ha avuto la medaglia di bronzo al valor civile (che anni dopo fu data a ogni singolo alpino) con questa motivazione: “Con la generosità propria dei giovani di leva, operava incessantemente per estrarre le salme dalle macerie, provvedere all'assistenza igienico-sanitaria dei paesi colpiti, assicurare il rifornimento di viveri, di vestiario e di foraggi, l'impianto di tendopoli, la distribuzione di 650 pasti caldi giornalieri, il trasporto e sistemazione di roulotte, la demolizione di fabbricati pericolanti, la rimozione di macerie, la realizzazione di ricoveri provvisori, estendendo la propria opera nella ricerca e soccorso, anche in ore notturne, di interi nuclei familiari rimasti isolati per le abbondanti nevicate in zone di montagna”.
Da quella tragedia è nata una Protezione civile ritenuta fra le migliori al mondo. Resta l’amarezza che la catastrofe di 40 anni fa non ha portato novità positive sul fronte della prevenzione e della sicurezza delle abitazioni. I terremoti del 2009, del 2012 e del 2016-2017 sono lì a ricordarcelo.
©RIPRODUZIONE RISERVATA

