I dati Istat dicono che l’export traina l’Abruzzo. Disoccupazione ai minimi

12 Settembre 2026

Pubblicate le analisi sul secondo trimestre 2026. Il farmaceutico guida la crescita

L'AQUILA

Non accadeva da trent’anni. La disoccupazione, in Abruzzo, scende al di sotto della media nazionale: il 5,2% contro il 5,9%. Nel 2019 era del 10,9%: vuol dire che in sette anni si è quasi dimezzato il numero degli abruzzesi che non lavora. Un dato che fa il paio con la crescita del 4,9% dell’occupazione e dell'export, mai così forte: le esportazioni, nel secondo trimestre dell'anno, sono aumentate dell'8,3% a fronte del 4,5% della media italiana. Numeri tutti con il segno positivo, quelli diffusi dall'Istat, che delineano una regione in crescita, resiliente e dinamica. In particolare, l'occupazione è aumentata di circa 26mila unità (4,9%) da giugno a settembre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025, contro una media nazionale dell'1%. Un incremento che coinvolge tutti i settori produttivi, tranne il comparto delle costruzioni, che sembra aver esaurito la sua spinta propulsiva nel 2025. Nel settore agricolo l'aumento è del 13,8% con 21mila occupati totali; l'industria, tra manifattura e costruzioni, cresce del 5,7% e raggiunge i 160mila lavoratori con la manifattura che, da sola, segna 13,3 punti in più, in termini percentuali, con un totale di 109mila unità. L'unico segnale negativo arriva dalle costruzioni che segnano un -7,5% e un totale di 51mila unità. «Per dare la giusta interpretazione ai dati», spiega l'economista Pino Mauro, già docente all'Università D'Annunzio di Chieti-Pescara, «bisogna considerare come tutti questi settori segnano un tasso di crescita superiore a quello del 2019, l'anno precedente alla pandemia. La crescita occupazionale, inoltre, produce riflessi immediati sul tasso di disoccupazione che, per la prima volta da 30 anni, scende al di sotto della media nazionale e si attesta al 5,2%. Dati che dimostrano la vitalità del sistema economico abruzzese che appare resiliente in un contesto nazionale e internazionale rimodellato rispetto al passato». L'altro indicatore interessante è il tasso di occupazione superiore alla media nazionale: 64,8% contro il 63,4% dell'Italia. Ben oltre 13 punti sopra la media del Mezzogiorno. Gli occupati totali in Abruzzo sono attualmente 535mila. «Un numero che rappresenta la diretta conseguenza dell'aumento occupazionale in tutti i settori di riferimento», spiega Mauro, «ma riflette anche la crescita del sistema industriale nel suo complesso, con nuovi posti di lavoro e un tasso occupazionale in aumento».

L'EXPORT VOLA

L'Abruzzo brilla anche sul fronte delle esportazioni, con una crescita dell'8,3% contro il 4,5% dell'Italia. «All'interno dell'export abbiamo, come noto, grandi gruppi industriali ed imprese endogene», evidenzia Mauro, «sotto il profilo della grande impresa emerge il dato esplosivo del farmaceutico che cresce del 30,3%. Grazie a quest'ultimo indicatore, che dimostra come i dazi non hanno influenzato l'attività del comparto, il farmaceutico diventa il primo settore produttivo in Abruzzo, con quasi il 34% del totale esportato». In soldoni significa che su 6 miliardi di prodotti esportati all'estero, il farmaceutico contribuisce con 2 miliardi e supera, per la prima volta nella storia industriale abruzzese, l'automotive, in particolare i mezzi di trasporto, che assorbono il 24% delle esportazione totali. I due comparti, da soli, fanno il 58% dell'export abruzzese. «Poi abbiamo i settori endogeni come alimentari e bevande (vino e pasta) che crescono del 2,6% e si collocano al terzo posto nella graduatoria dei comparti che esportano», afferma Mauro, «come pure una buona performance ha avuto il mobilio che cresce del 17,6%. Tutti elementi di solidità del tessuto economico regionale: solo l'automotive si muove sul filo dell''incertezza e segna un calo delle esportazioni del 6,1%, uno dei pochi numeri in flessione». Fin qui il confronto tra secondo trimestre 2026 rispetto allo stesso periodo del 2025. «Ma se il rapporto viene fatto con i dati export relativi al 2019 si evidenzia un vero e proprio crollo, del 36,9%», aggiunge l'economista Mauro, che sottolinea anche una modifica della geografia regionale delle esportazioni. Tornando ai dati, nel secondo trimestre del 2001 la provincia di Chieti assorbiva il 56% del totale dell'export, passato al 71% nel 2019. Oggi, invece, rappresenta solo il 44% del totale, mentre L'Aquila, che aveva nel 2001 una percentuale del 19% scesa, poi, al 7% dopo il sisma del 2009, attualmente è la seconda provincia abruzzese con il 35% dell'export totale, in virtù della presenza del polo farmaceutico. «Si evidenzia anche un cambiamento della geografia economica dell'Abruzzo, sia settoriale che su base provinciale», afferma Mauro, «con il territorio aquilano che si fa strada e la provincia di Chieti che arretra«. La provincia di Pescara, invece, parte da valori di esportazioni modesti, ma porta a casa un 30% in più passando dal 5,2% del 2025 al 6,3% del 2026. Teramo, infine, dal 18% del 2001, sceso al 16% nel 2019, oggi ha un'incidenza del 15,3% sul totale delle esportazioni, con una diminuzione dello 0,7% nell'ultimo anno. «Il dato teramano ha sempre un suo particolare significato perché è costituito essenzialmente da piccole e piccolissime imprese», sottolinea Mauro, «con una leadership nel tessile e abbigliamento, che rimane il primo settore nella zona, con 184 milioni di export l'anno».

ABRUZZO IN SALUTE

«È una regione in forte crescita l'Abruzzo che deve continuare il processo di innovazione perché, al momento, assistiamo ad un mix interessante tra le grandi imprese, da sempre proiettate sui mercati internazionali, e le pmi», spiega Mauro, «i processi innovativi sono la leva su cui puntare per far crescere la regione, in un contesto in cui le nuove tecnologie diventano sempre più pesanti e pervasive». Un deterrente alla crescita, per l'Abruzzo come per il resto d'Italia, potrebbe essere l'aumento del costo del denaro dello 0,25% da parte della Bce. «L'aumento dei tassi di interesse tende a frenare il processo di crescita e colpisce soprattutto il potere di acquisto delle famiglie e le imprese che, in questa fase di transizione, pagano un costo del denaro più alto», segnala Mauro. «Una decisione che potrebbe costituire un freno agli investimenti, alla crescita delle aziende e, da ultimo, dell'occupazione. Esiste, poi, la questione della geopolitica internazionale, che pesa fortemente sul prezzo del petrolio e, quindi, sulle materie prime: il Fondo monetario internazionale stima che un aumento del 10% del prezzo del petrolio provochi una caduta del Pil tra lo 0,1% e lo 0,2%. Un circolo vizioso che produce un'erosione dei consumi e, nel tempo, può alterare la tenuta economica e la competitività del sistema imprenditoriale abruzzese. Nonostante il clima di forte incertezza internazionale l'Abruzzo riesce a mantenere una sua solidità produttiva, con un modello imprenditoriale in cui le grandi aziende tendono ad interagire con le piccole e medie imprese accelerando la competitività».

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