«I giudici non devono nascondersi dietro la toga»

29 Giugno 2015

Conciatori, magistrato a Teramo: bisogna farsi guidare dal buon senso in molti processi per bancarotta vedo imprenditori mal consigliati e non assistiti

TERAMO. Flavio Conciatori, quando era giudice della sezione fallimentare del tribunale di Teramo, scrisse una lettera aperta agli imprenditori travolti dalla crisi: «Non è una vergogna fallire, si può ricominciare».

Perché la capacità di poter assistere in tempo reale a ciò che accade nel quotidiano è oggi una delle richieste più assidue che la società rivolge alla giurisdizione, spesso chiamata a riempire vuoti legislativi imponendo scelte senza lacci e lacciuoli. E le declinazioni negli ultimi tempi sono davvero tante: dai temi della bioetica a quelli più recenti delle rivalutazioni delle pensioni con sentenze ripristinatorie di diritti o doveri. Perchè se Parlamento e politica latitano, i nodi presto o tardi vengono al pettine. I diritti e i doveri che ci si ostina a negare e disciplinare irrompono per forza propria.

Anche se a volte con le ruvidezze e le aporie che ogni irruzione comporta.

Conciatori, 53 anni, oggi è giudice penale del tribunale di Teramo. Prima di essere un giudicante è stato un inquirente: nel 1992 incarico da pm a Lanusei, nel 1995 alla procura di Pescara fino al 2000 quando è diventato giudice dell'allora sezione distaccata del tribunale di Giulianova, per poi essere, dal 2004 al 2013, giudice della sezione fallimentare del tribunale di Teramo.

La sua lettera agli imprenditori fece il giro d'Italia. Non è abituale che un giudice decida di rivolgersi a coloro di cui quotidianamente si occupa. Perché la scrisse?

«Volevo lasciare dieci anni di fallimentare senza nessun suicidio d'impresa e per questo ho scritto la lettera. Ho scritto per dire che a tutto c'è rimedio, per dire agli imprenditori portate i libri in tribunale perché si può ripartire. Penso che tutti noi magistrati dovremmo avere una visione più ampia. Bisogna vivere la vita senza nascondersi dietro la toga e non bisogna mai utilizzare delle scorciatoie per non affrontare la propria coscienza. E' il buon senso che ci deve guidare. Io diffiderei di un giudice che non sa quanto costi un chilo di pane. Se tu vivi nel mondo, fai la spesa, vai al mercato, capisci il mondo che ti circonda. Se tu vivi sulla torre non capisci quello che succede nel mondo».

La giurisdizione è sempre più chiamata a prendere atto dell'evoluzione del mondo reale. Ha gli strumenti per farlo?

«Il legislatore non ha preso completamente atto dell'evoluzione del mondo reale. Non ha del tutto compreso che è divenuto un valore essenziale anche l'aspetto economico-patrimoniale, che per la gente significa quanto hai frodato e non con quale fattispecie giuridica. Se si chiedesse a cento persone se deve subire una pena maggiore uno che ha fatto una bancarotta da mille euro o uno che ha fatto una truffa da sei milioni di euro è evidente che tutti indicherebbero il secondo. Ma la pena minima per la bancarotta è di tre anni, mentre quella prevista per la truffa di sei mesi: e noi quelle applichiamo. Non so se chi fa le leggi si ponga questo tipo di problema. Il legislatore dovrebbe secondo me anche prendere atto del fatto che le violazioni fiscali e previdenziali, oltre che in materia di sicurezza del lavoro o inquinamento, possono alterare il regime della libera concorrenza. Un imprenditore cosa deve dire ai propri figli? Ho rispettato la legge, ho pagato tutto e sono fallito? Un esempio: oggi per chi non paga l'Iva è prevista una pena bassa, sebbene quella persona frodando il tributo potrebbe aver fatto impresa in modo "sporco" determinando il fallimento di concorrenti onesti. Il legislatore è su questo che dovrebbe fare una profonda riflessione. Io nei processi di bancarotta vedo molta gente che durante l'attività di impresa è stata mal consigliata o non assistita. Se inizi riparando le scarpe, ma poi la tua azienda cresce e ti confronti con un mercato nazionale e internazionale hai bisogno di professionisti seri che ti assistino e ti consiglino nel rispetto delle normative, anche europee. Assisto a casi di imprenditori che, una volta in concordato o in fallimento, decidono di impossessarsi di spiccioli o di vendere beni di valore risibile. Ma questa è bancarotta come quella da dieci milioni di euro: la stessa identica fattispecie criminosa. E' vero che la pena massima è molto alta, ma alla fine dei conti le differenze spesso sono modestissime. Anche rispetto a chi ora ha un patrimonio alle Cayman. Ma credo che la gente vorrebbe differenze ben più marcate. E' cambiata la percezione del disvalore giuridico dell'azione. E' cambiata l'etica rispetto al concetto di reato. Il reato è percepito come più o meno grave principalmente per il danno arrecato e il profitto ingiusto conseguito; molto meno per il titolo di reato addebitato».

Oggi l'impalcatura accusatoria di un processo spesso cede al primo grado di giudizio. Cosa succede?

«Appartiene alla fisiologia del processo che questo avvenga. Il pm nostro, a differenza di quello americano che (absit iniuria verbis) a volte sembra più interessato a trovare un colpevole che non il colpevole, fa delle indagini a 360 gradi. Ma è vero che il pm, una volta arrivato al dibattimento, dovrebbe scordarsi il suo fascicolo, anche se per ipotesi avesse una confessione dell'imputato che però non possa essere utilizzata come prova, cosa, come facilmente comprensibile, umanamente molto difficile. Oggi c'è la possibilità che il lavoro investigativo del difensore faccia emergere una realtà diversa, ma mi pare che anche dopo la notifica dell'avviso ex art.415 bis, l'avviso di conclusione delle indagini, ci siano ben poche indagini difensive formalizzate. Noi abbiamo avvocati matrimonialisti, avvocati esperti di diritto tributario, avvocati esperti di diritto fallimentare, del lavoro, di diritto societario: un pm invece deve sapere tutto di tutto anche se non c'è una vera formazione specifica a fronte delle difficoltà dettate dall'odierno tecnicismo normativo. Negli anni di procura ho imparato a chiedermi prima che interesse possa avere chi fa la denuncia e poi a muovermi. Diffido sempre dai quadri troppo evidenti e mi chiedo se qualcuno possa avere interesse a che io li veda in quel modo e allora cerco di vagliare tutte le altre possibilità realistiche. Credo sia un buon segno che oggi i pm, al termine di un dibattimento, siano anche pronti a chiedere delle assoluzioni».

Esiste un problema di terzietà del giudice?

«Credo che non esista più da tempo. Non esiste dall’entrata in vigore del codice Vassalli, se non forse per un brevissimo periodo di assestamento. Nessuno viene meno alla sua indipendenza, nessuno scrive stupidaggini su un provvedimento giudiziario per fare piacere a chicchessia. Se solo avessi mai preso in considerazione un’ipotesi del genere, anche solo in via astratta, avrei sbagliato lavoro. E credo che tutti i colleghi la pensino come me».

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