I sindaci dell’Appennino: mai più spaesati

25 Ottobre 2016

A Castel del Giudice Slow Food crea la rete dei Comuni “interni”. Si punta su pianificazione e sviluppo

No, il nessun luogo non può essere la loro casa. Anche perché nel nulla non si vive in alcun modo. E visto che qui, sulle alture dell’Appennino, c’è ancora un cuore che pulsa e che ha per arterie l’appartenenza ai luoghi, alle radici, alle relazioni sociali e umane, ecco che per esorcizzare il de profundis sulle zone interne è stato coniato il motto “Vade retro spaesamento”. Lo sanno gli amministratori locali dei Comuni che dall’Oltrepò Pavese alla Calabria vivono sulla dorsale montuosa lunga 1.500 chilometri e in guerra tutti i giorni contro disagi, mancanza di servizi e di opportunità di lavoro, dissesto idrogeologico, terremoti. Insomma, tante catastrofi racchiuse in una parola: spaesamento appunto. Sulla logica del contrasto a questo sostantivo, i sindaci, dietro iniziativa dello Slow Food, si sono messi in rete e investiranno le loro professionalità per uscire dal concetto di non sentirsi più a casa propria. Qualche dato: sugli Appennini vivono 11 milioni di italiani, ma quel territorio rappresenta anche il 52% della quota nazionale. Di ciò si è discusso per tre giorni a Castel del Giudice, in Molise, il borgo che ha creato il paese-albergo recuperando le stalle in abbandono, uno degli esempi più virtuosi di rilancio del territorio montano molisano.

«Obiettivo di questo appuntamento», ha spiegato Gaetano Pascale, presidente di Slow Food Italia, «era in particolare la promozione di una rete di sinergie tra amministratori dei Comuni appenninici, chiamati ogni giorno ad affrontare tematiche uguali: dallo spopolamento alla riduzione dei servizi, dalla promozione di un’agricoltura e un allevamento con caratteristiche peculiari rispetto alla pianura, alla lotta contro l’incuria dei territori e il dissesto idrogeologico». Per Giovanni Lolli, vicepresidente della Regione Abruzzo, «lo spopolamento non è uno stato d’animo, ma un processo legato alle difficoltà materiali. Se la gente se ne va è perché vivere in queste aree diventa talvolta troppo complicato». Per uscire da questa spirale, Lolli sostiene che «non servono sovvenzioni e risarcimenti, ma investimenti pubblici e privati». Secondo Paolo Di Laura Frattura, presidente della Regione Molise, «la tutela del territorio è il primo tassello della prevenzione: gran parte del nostri legislatori hanno omologato il valore-Paese sulle aree metropolitane. Ma non si può pretendere che i cittadini restino nelle aree interne se non gli si assicura la qualità della vita». «Dobbiamo liberarci dal vittimismo rinunciatario», ha continuato il sindaco di Castel del Giudice, Lino Gentile, «siamo consapevoli che i piccoli comuni e le aree interne non sono al centro dell’agenda del Paese: per questo dobbiamo creare da noi le opportunità, sfruttando nuovi modelli di sviluppo e politiche sociali, anche nel campo dell’integrazione delle comunità straniere».

A conclusione di un doppio tavolo di lavoro, è stato elaborato un documento con quattro punti salienti dell’azione amministrativa. Il primo: la partecipazione delle comunità deve diventare elemento imprescindibile di un nuovo approccio nelle decisioni su prevenzione e ricostruzione in caso di calamità. Il secondo: prevenzione e pianificazione, adottando oltre alle mappe di rischio, la carta della vulnerabilità che integra i fattori sociali. Il terzo: il ruolo dell’agricoltura che va riconosciuta nella sua funzione di manutenzione e salvaguardia delle aree interne. Le attività agricole e agro-silvo-pastorali sono fondamentali per il mantenimento dell’equilibrio tra fattori produttivi. Il quarto: le opportunità di sviluppo, diversificando, modernizzando e agevolando economicamente e fiscalmente le attività agricole e quelle ad esse connesse.

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