Il cancro fa paura? Parlarne fa bene e dev’essere normale

L’esempio della Bonino che ha fatto outing sulla malattia La psiconcologa: giusto così, si capisce che si può affrontare
PESCARA. «Ho un tumore ai polmoni che richiederà una lunga chemioterapia. Ma non ho intenzione di rinunciare all'attività politica: io non sono la mia malattia». Con queste parole Emma Bonino, ex ministro degli Esteri e leader dei Radicali, ha annunciato di avere il cancro.
A 66 anni, la Bonino ha deciso di rendere nota la sua malattia dai microfoni di una radio. Una rivelazione “choc”, si è letto sulla stampa. E invece è una cosa normale. Come dovrebbe essere normale chiamare il cancro con il suo nome e parlarne apertamente. Non più “la malattia inguaribile” o “la brutta malattia”.
«Negli ultimi anni, i pazienti chiamano il cancro con la parola cancro», spiega Annarita Di Silvestre, psiconcologa nell'Oncologia Medica della Asl di Pescara, «si è talmente reso più accessibile questo discorso che anche la parola chemioterapia è diventata di uso comune. E questo è corretto, perché si tratta di una malattia che con gli strumenti giusti si può affrontare. Per prima cosa bisogna creare un'ottima relazione con l'oncologo, un rapporto fiduciario, come pure col personale infermieristico che gestisce la cura. E dove c'è lo psiconcologo, adoperiamolo. Dove questa figura non c'è, cerchiamo di prevederla».
Decidere di parlare o meno della propria malattia, in questo caso del tumore, è una scelta del tutto personale e non c'è un modo giusto o sbagliato per farlo. La Di Silvestre, che ha iniziato la propria attività accanto al luminare Glauco Torlontano (scomparso da qualche anno), e che ha al suo attivo 27 anni di esperienza, spiega che «ognuno di noi risponde alla malattia in base a schemi e storia personali e la risposta non può essere standard».
Come coordinatrice per l'Abruzzo della Sipo, Società italiana di Psicologia oncologica, la dottoressa ci aiuta a capire le possibili reazioni di fronte ad una diagnosi di cancro: «Ognuno di noi quando si trova davanti ad una diagnosi di patologia organica grave, e non intendo solo tumori ma anche malattie cardiache, neurologiche, ematologiche, mette in atto comportamenti riferibili a canoni personali. Facendo riferimento alle teorie della psichiatra svizzera Kubler Ross, possiamo dare un nome alle diverse fasi che il paziente si trova ad attraversare durante la malattia. C'è la “fase depressiva”, la “fase della rabbia” da non considerare negativa perché l'energia può essere canalizzata e usata in positivo con l’ausilio di uno psiconcologo formato. La “fase del patteggiamento” è quella in cui il paziente viene in qualche modo a patti con la malattia: in quel momento è come se dicesse “so bene che ho un tumore però vorrei avere ancora un po' di vita per fare questa o quest'altra cosa». La “fase della negazione” è una fase durante la quale la persona nega l’esistenza della malattia. La fase più difficile e complessa da raggiungere è la “fase dell'accettazione” in cui il paziente pensa: “Ho capito, so di avere questa malattia, la affronto”. Prima di raggiungere questa fase è necessario che intercorra un lasso di tempo perché si concretizzi, ma è sicuramente la condizione migliore. Il paziente può attraversare una o più fasi, ma in ogni caso queste passano: l'importante è arrivare all'accettazione e camminare insieme».
In ogni caso, si tratta di percorsi difficoltosi e il paziente deve essere supportato psicologicamente da personale adeguato. «La grande lotta che si sta portando avanti», prosegue la Di Silvestre, «è l'inserimento all'interno dei reparti di Oncologia e Radioterapia di personale preparato e competente in questo campo. In pianta organica, in Abruzzo questa figura esiste solo nell’Oncologia medica della Asl di Pescara».
Per le persone che convivono con un tumore, il sostegno di familiari e amici è fondamentale. Una diagnosi di cancro spesso coglie tutti di sorpresa e modifica i ruoli che siamo abituati a interpretare. «Quando il paziente viene per la prima volta», spiega la dottoressa, «ha un colloquio anche con lo psiconcologo, che compila la cartella psicologica e la valutazione psiconcologica, che ci permette di valutare la tipologia di famiglia a cui appartiene. Esistono infatti diverse classificazioni di famiglia. C'è quella “flessibile”, in cui i componenti sono affiatati e collaborativi: è la migliore, perché i familiari stanno vicino a chi sta male, sanno unirsi, programmarsi e lavorare per il bene del loro congiunto. Di contro, c'è la famiglia “invischiata”, in cui ognuno invade il campo dell'altro, tutti danno consigli e suggerimenti però nessuno prende l'iniziativa e il paziente rimane solo. Esiste poi la famiglia “rigida”, al cui interno si avverte un chiaro distacco e ognuno pensa per sé».
Ad avere bisogno di un sostegno psicologico spesso non è solo il paziente, ma anche il familiare. Soprattutto per quanto riguarda bambini e adolescenti: «Nell'Oncologia medica di Pescara abbiamo un servizio di nicchia riservato a figli e nipoti di pazienti oncologici. Gli adolescenti hanno la possibilità di contattarci mantenendo l’anonimato attraverso la posta elettronica. I minori sono presi in carico qualora i genitori segnalino la presenza di sintomatologie diverse: dai piccoli attacchi di panico al calo di rendimento a scuola, fino ai risvegli notturni».
Anche per questo, la figura dello psiconcologo può fare la differenza. «A Pescara», conclude la Di Silvestre, «solo l'anno scorso ho effettuato 480 colloqui psicologici a pazienti che per la prima volta accedevano al nostro reparto. Le richieste sono tante e l'organico è da migliorare, anche con qualche borsa di studio».
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