Il disturbo dell’apprendimento è maschio

18 Ottobre 2014

Lo studio su 1.300 bambini delle elementari: a rischio il 6-8%. E tra i pazienti della riabilitazione San Stefar il 47% è giovane

LANCIANO. Sono i bambini, tra 6 e 10 anni e in particolare tutta la fascia che va da 0 a 19 anni, la fetta maggiore degli utenti dei 16 centri abruzzesi San Stefar, strutture convenzionate per l’erogazione di prestazioni riabilitative multidisciplinari. Bambini e ragazzi che assieme costituiscono il 47% dei 2.258 utenti dei Centri. Fanno riabilitazione psicomotoria per la maggior parte, lunghe sedute per poter camminare, muovere le braccia, parlare. Attività che chiedono grande impegno da parte di famiglie e fisioterapisti.

Da qui, dal fatto di dover capire di che cosa hanno bisogno questi bambini, dalla necessità di poter valutare scientificamente i loro miglioramenti è nato lo studio epidemiologico sulla popolazione che frequenta i San Stefar in collaborazione con il Mario Negri sud.

Studio presentato a Torino, al 42° Congresso nazionale S.i.m.f.e.r. (Società italiana di Medicina Fisica e Riabilitativa) dove i medici hanno presentato anche uno studio sull’utilizzo di uno screening per la valutazione dei pre-requisiti scolastici per prevenire i disturbi specifici degli apprendimenti, effettuato su 1300 alunni tra i 5 e i 7 anni di 60 scuole primarie di Abruzzo e Molise. Studio che ha rilevato che il 6-8 % dei bambini abruzzesi tra 5-7 anni è a rischio per i disturbi di apprendimento.

«Siamo partiti dal dato anagrafico, dal fatto che su 2.258 utenti, 970, il 43% risulta in un’età compresa tra 0 e 14 anni, percentuale che raggiunge il 47% includendo i pazienti adolescenti tra i 15 ed i 19 anni per poter fotografare le esigenze della popolazione che fa riabilitazione ed elaborare così risposte concrete più efficaci», spiega Filippo Zulli, fisiatra e direttore medico della struttura di Lanciano, la più grande dei 16 centri riabilitativi. Non solo.

«Abbiamo visto che la fascia di età più presente tra i bambini nei centri», aggiunge la dottoressa Di Ienno del Mario Negri, «è quella tra 6 e 10 anni (247 bambini, il 18%, ndc). Tranne che nella provincia dell’Aquila dove prevale la fascia 2-5 anni. Il maggior numero di bimbi curati nei primi mesi di vita sono nei Centri di Lanciano, Chieti scalo e San Salvo. Perché? E’ il motivo per cui andiamo avanti con la ricerca anche se, in parte, il fatto che ci siano tanti bambini è dovuto al tipo di prestazioni erogate che sono multidisciplinari e a lungo termine, e poi al fatto che ci sono differenti prestazioni che vengono erogate nei Centri. Ad ogni modo questi primi dati devono essere analizzati per dare risposte qualitativamente e quantitativamente migliori agli utenti».

Tanta attenzione ai bambini perché sono i più numerosi, ma anche perché la cura delle persone con disabilità, dalla nascita fino alla più tenera età, rappresenta uno dei settori in cui i diritti risultano meno rispettati dal punto di vista dell’accessibilità a risposte adeguate alle loro esigenze. «Questo avviene sia perché i bambini hanno più patologie, sia per l’insufficienza di dati epidemiologici che possono qualificare i bisogni e pianificare poi servizi adeguati», spiega Zulli, «lavorare su bambini “costa” di più sia perché frequentano i Centri quasi tutti i giorni, sia perché coinvolgono più figure nella cura, fisiatra, psicologo, logopedista, sia perché frequentano i centri più a lungo, per anni rispetto ad esempio ad un adulto che spesso fa riabilitazione per brevi periodi, seguenti ad episodi come ictus, fratture».

L’altro progetto presentato a Torino riguarda i disturbi dell’apprendimento, da valutare tramite uno screening su coloro che sono a rischio di sviluppare questi disturbi. «Lo screening è stato compiuto in 60 istituti scolastici abruzzesi e molisani per un totale di 1.300 bambini tra i 5 e i 7 anni», spiega sempre Zulli, «e ha evidenziato che la condizione di rischio di avere disturbi specifici di apprendimento è tra il 6 e l’8 per cento, e che sono più a rischio i maschi. E’ un numero contenuto che va però qualificato».

«L’innovazione del progetto consiste nell’aver creato un protocollo clinico standardizzato che ha permesso di indagare ulteriori abilità cognitive dell’alunno senza perdere di vista gli aspetti ludici», sottolinea la dottoressa Debora Patricelli, psicologa, «i dati statistici elaborati suggeriscono la possibilità di attuare percorsi educativo-terapeutici innovativi rispetto al passato ed ai quali stiamo fin d’ora lavorando per aiutare in maniera efficace genitori ed insegnanti».

Percorsi che interessano anche le nuove tecnologie. «Ad esempio nell’uso dei computer con applicazioni specifiche di letto-scrittura e calcolo», conclude Zulli, «ma la strada da percorrere è ancora lunga».

Teresa Di Rocco

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