Il grido degli armatori abruzzesi: «Costi insostenibili, ci fermiamo»

Pesca in ginocchio: anche a Giulianova e Pescara barche ormeggiate per la protesta nazionale. I proprietari delle imbarcazioni: «Con lo strascico fino a 2mila euro al giorno solo di carburante»
GIULIANOVA. Imbarcazioni ormeggiate in banchina e il grido di un fronte compatto sfinito dagli aumenti del carovita. «Non ci conviene più uscire in mare, per noi andare avanti è impossibile», dicono gli armatori di Giulianova. Come per tutte le grandi manifestazioni mosse su base nazionale, anche quella che giovedì 22 ottobre cercherà di unire le 43 marinerie italiane nel segno della protesta contro il caro gasolio incontra i «bastian contrario» che impediscono l’unanimità dell’iniziativa. «È sempre così», commenta con una nota di amarezza l’armatore Giovanni Massi, che invece giovedì sarà a Giulianova a rappresentare una delle voci abruzzesi – con loro, la protesta si estende anche tra gli armatori di Pescara – di uno dei settori più colpiti dall’aumento dei costi: la pesca. «Soprattutto quella a strascico», precisa, «che è certamente la più danneggiata. A noi uscire in mare oggi non conviene più, significa arrivare a spendere fino a 2mila euro al giorno e perfino oltre soltanto di gasolio».
Perché i nodi degli aumenti si stringano soprattutto attorno allo strascico è semplice: le imbarcazioni, per questo tipo di pesca, richiedono al motore uno sforzo infinitamente maggiore per trainare sul fondale le reti: «Lavoriamo in media», precisa Vincenzo Staffilano, presidente di Federpesca Abruzzo, «72 ore alla settimana consumando circa 20mila litri di gasolio al mese, anche se il consumo varia in base alla grandezza del natante. Significa, in media, 1200 euro al giorno di gasolio, in alcuni casi di più. I costi fissi solo per il gasolio sono insostenibili. Come categoria non siamo tutelati, i lavoratori fanno fatica ad andare avanti».
Aumenti dell’80% rispetto ai costi degli ultimi anni: 1,30-1,40 euro al litro – con punte fino a 1,60 euro – rispetto ai circa 0,60 euro di qualche anno fa, mentre sono quasi raddoppiati i costi della manutenzione per le imbarcazioni. Anche ipotizzando che la pesca vada a buon fine, lo scoglio successivo resta, per gli armatori, quello delle aste al mercato ittico: la categoria è infatti schiacciata su un doppio fronte, perché «all’aumento dei costi del carburante non coincide», spiegano gli armatori abruzzesi, «un aumento del prezzo sul prodotto finale, che viene deciso all’asta, in alcuni casi giocando al ribasso». E a fare da corollario c’è tutto il sistema di stringenti norme europee che già aveva prodotto l’insofferenza del settore, dall’obbligo delle telecamere installate a bordo (Cctv) alla tracciabilità digitale fino al giornale di bordo elettronico, catalogando e trasmettendo i dati via software durante l’attività in mare.
«Quello del carburante», spiega Francesca Danese, armatrice di Giulianova, «è sicuramente il problema principale in questo momento, ma si somma a una crisi già esistente legata a tutta una serie di norme da rispettare, pena il ritiro della licenza, mentre come è noto il prodotto estero importato in Italia non è soggetto a questi controlli stringenti. Sono problematiche che affrontiamo da tempo, ma ora l’aggiunta del caro nafta ci ha ammazzati: le spese», conclude, «non enormi, insostenibili». La voce che giovedì si alzerà, con Giulianova, in tutto il resto d’Italia, chiede al Governo Meloni un piano a lungo termine che faccia un punto sulle criticità del settore calmierando i costi sul carburante perché non vadano a gravare sulle spalle di chi, in un settore che cammina sul crinale, già affronta i prezzi vertiginosi della manutenzione delle imbarcazioni e dell’attrezzatura – una rete per la pesca a strascico arriva a costare fino a 5mila euro, con la possibilità che il primo utilizzo in mare la riduca a uno stato inservibile.
E il sostegno arrivato finora (quello dei crediti d’imposta, soprattutto) non è sufficiente: «Sono soluzioni palliative che tamponano il problema ma non lo risolvono alla radice: sul costo totale del 100%, abbiamo una riduzione del 20% circa», conclude Staffilano, «motivo per cui ci vuole un nuovo ragionamento, tutti insieme, perché si pongano le basi per una pesca selettiva, ragionata, corretta, sostenibile anche nei costi e capace di tutelare la biomassa».
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