Il volontario nel pozzo «Così sfiorai Alfredino»

Anche lo speleologo Caruso, di Avezzano, provò l’impresa: «Ma non lo presi»
«No, non ce l’ho il bambino. Niente da fare, non l’ho preso». Quando 45 anni fa l’Italia intera si fermava e per la prima volta telecamere e microfoni si accendevano senza mai spegnersi, in quel piccolo pozzo artesiano dal diametro grande poco più di un piatto ci provò anche un pezzo di Abruzzo a salvare Alfredino, il piccolo Alfredo Rampi, il bimbo di 6 anni che fermò l’Italia per tre lunghi giorni e poi, alla fine, la cambiò per sempre. In quell’Italia sospesa tra gli ultimi anni di piombo e gli scandali della loggia P2 di Licio Gelli, Alfredino era diventato il figlio di tutti. Una tragedia intima e personale di una famiglia che diventò il dramma di un paese intero. Tre giorni e tre notti che fecero passare in secondo piano una crisi di governo, l’inchiesta sulla P2 e perfino il rapimento dell’operaio Roberto Peci, fratello dell’ex brigatista Patrizio, che sarebbe stato assassinato dalle Brigate Rosse il 3 agosto successivo. Alfredino, il bambino caduto nel pozzo di Vermicino tenne così quasi 21 milioni di italiani con il fiato sospeso, incollati davanti a quello scatolone che era la televisione, con l’orecchio appiccicato alla radio, nella speranza che qualcuno “gracile e piccolino” potesse aggrappare la sua manina e riportarlo da mamma Franca e papà Ferdinando. Nella speranza che potesse arrivare l’epilogo felice e non quel dolore, mediatico, a cui gli italiani non erano ancora abituati. Milioni di persone ipnotizzate davanti a una prima diretta televisiva mai fatta e poi inebetite dal drammatico finale della vicenda. Tra coloro che provarono a cambiare il destino di quella storia c’era anche Donato Caruso, speleologo di Avezzano allora poco più che 30enne. Attorno a lui 45 anni fa regnavano il caos, l’improvvisazione e una macchina dei soccorsi che procedeva per tentativi. La tavoletta di legno calata dai vigili del fuoco per fare in modo che Alfredino vi si aggrappasse, fu solo il primo dei tragici errori che complicò i soccorsi. All’alba del terzo giorno di tentativi, Donato Caruso si calò per due volte nel pozzo. Ma non lo prese: Alfredino morì e con lui le speranze di tutta un’Italia rappresentata in quel momento dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, lì sul posto a parlare con quel bimbo che cambiò il Paese.
ALFREDINO CADE
Donato Caruso oggi ha 78 anni e vive ancora ad Avezzano. Bassino di statura, gracile di costituzione: nel 1981, allora 30enne, aveva la corporatura giusta per entrare in quel cunicolo stretto e lungo che un contadino aveva realizzato per l’acqua e che aveva coperto con una lamiera. Era il 10 giugno di 45 anni fa quando Alfredino dalla sua passeggiata per giocare non tornò più. Si trovava con la sua famiglia in vacanza nella loro seconda casa, in località Selvotta, nel comune di Frascati. E quella di 45 anni fa sarebbe stata una solita passeggiata come tante con il papà: intorno alle 19.10, con gli ultimi raggi di sole ancora sul terreno, il bambino chiese al padre di poter restare fuori a giocare da solo e il padre acconsentì. Si trovava in un campo dove non c’erano pericoli, se non sterpaglie, fili d’erba alti e un pozzo nascosto da una lamiera che sarà la sua condanna. Quando Alfredino cadde non se ne accorse nessuno, neppure il contadino che quel pozzo lo aveva fatto e vedendo la lamiera spostata la rimise al posto con tre sassi sopra. E Alfredino, che soffriva anche di una malattia cardiopatica, era lì sotto tra il fango e le pareti scivolose. Non sapeva, il piccolo Alfredino, che cinque ore dopo lì sopra sarebbe arrivata per lui l’Italia intera. Con tutte le sue disorganizzazioni, con tutto il suo caos.
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