il caso che scosse l’Italia

Il volontario nel pozzo «Così sfiorai Alfredino»

10 Giugno 2026

Anche lo speleologo Caruso, di Avezzano, provò l’impresa: «Ma non lo presi»

«No, non ce l’ho il bambino. Niente da fare, non l’ho preso». Quando 45 anni fa l’Italia intera si fermava e per la prima volta telecamere e microfoni si accendevano senza mai spegnersi, in quel piccolo pozzo artesiano dal diametro grande poco più di un piatto ci provò anche un pezzo di Abruzzo a salvare Alfredino, il piccolo Alfredo Rampi, il bimbo di 6 anni che fermò l’Italia per tre lunghi giorni e poi, alla fine, la cambiò per sempre. In quell’Italia sospesa tra gli ultimi anni di piombo e gli scandali della loggia P2 di Licio Gelli, Alfredino era diventato il figlio di tutti. Una tragedia intima e personale di una famiglia che diventò il dramma di un paese intero. Tre giorni e tre notti che fecero passare in secondo piano una crisi di governo, l’inchiesta sulla P2 e perfino il rapimento dell’operaio Roberto Peci, fratello dell’ex brigatista Patrizio, che sarebbe stato assassinato dalle Brigate Rosse il 3 agosto successivo. Alfredino, il bambino caduto nel pozzo di Vermicino tenne così quasi 21 milioni di italiani con il fiato sospeso, incollati davanti a quello scatolone che era la televisione, con l’orecchio appiccicato alla radio, nella speranza che qualcuno “gracile e piccolino” potesse aggrappare la sua manina e riportarlo da mamma Franca e papà Ferdinando. Nella speranza che potesse arrivare l’epilogo felice e non quel dolore, mediatico, a cui gli italiani non erano ancora abituati. Milioni di persone ipnotizzate davanti a una prima diretta televisiva mai fatta e poi inebetite dal drammatico finale della vicenda. Tra coloro che provarono a cambiare il destino di quella storia c’era anche Donato Caruso, speleologo di Avezzano allora poco più che 30enne. Attorno a lui 45 anni fa regnavano il caos, l’improvvisazione e una macchina dei soccorsi che procedeva per tentativi. La tavoletta di legno calata dai vigili del fuoco per fare in modo che Alfredino vi si aggrappasse, fu solo il primo dei tragici errori che complicò i soccorsi. All’alba del terzo giorno di tentativi, Donato Caruso si calò per due volte nel pozzo. Ma non lo prese: Alfredino morì e con lui le speranze di tutta un’Italia rappresentata in quel momento dal presidente della Repubblica Sandro Pertini, lì sul posto a parlare con quel bimbo che cambiò il Paese.

ALFREDINO CADE 

Donato Caruso oggi ha 78 anni e vive ancora ad Avezzano. Bassino di statura, gracile di costituzione: nel 1981, allora 30enne, aveva la corporatura giusta per entrare in quel cunicolo stretto e lungo che un contadino aveva realizzato per l’acqua e che aveva coperto con una lamiera. Era il 10 giugno di 45 anni fa quando Alfredino dalla sua passeggiata per giocare non tornò più. Si trovava con la sua famiglia in vacanza nella loro seconda casa, in località Selvotta, nel comune di Frascati. E quella di 45 anni fa sarebbe stata una solita passeggiata come tante con il papà: intorno alle 19.10, con gli ultimi raggi di sole ancora sul terreno, il bambino chiese al padre di poter restare fuori a giocare da solo e il padre acconsentì. Si trovava in un campo dove non c’erano pericoli, se non sterpaglie, fili d’erba alti e un pozzo nascosto da una lamiera che sarà la sua condanna. Quando Alfredino cadde non se ne accorse nessuno, neppure il contadino che quel pozzo lo aveva fatto e vedendo la lamiera spostata la rimise al posto con tre sassi sopra. E Alfredino, che soffriva anche di una malattia cardiopatica, era lì sotto tra il fango e le pareti scivolose. Non sapeva, il piccolo Alfredino, che cinque ore dopo lì sopra sarebbe arrivata per lui l’Italia intera. Con tutte le sue disorganizzazioni, con tutto il suo caos.

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L’ABRUZZO CI PROVA 

Un teatro di un dramma che si trasformò in un circo mediatico, con i giornalisti e le telecamere accese e spente dopo tre giorni. Persino i carretti di panini e bibite e l’appello a tutta Italia per cercare volontari che tentassero l’impresa. E dall’Abruzzo, da Avezzano, dopo quasi tre giorni di tentativi disperati e preghiere arrivò Donato Caruso. Piccolo di statura, con una polo marrone addosso, si fece largo tra la folla fino al bordo del pozzo. «Appare calmo», disse il telecronista dell’epoca a guardare Donato Caruso. Prima di scendere, l’abbraccio del presidente Pertini. Alle 5 e due minuti Caruso si “tuffò” giù. Tra i consigli degli esperti e le incitazioni della folla, Caruso lì dentro era l’Italia che provava a riprendersi quel bambino. «Così, bene Donato», dicevano i soccorritori, «perfetto, ottimo, con calma. Vai tranquillo che c’è un bambino da salvare. Donato? Lo vedi? Donato, ti risponde?». E la voce sottile di quel ragazzo di Avezzano rispondeva: «No». «Prendilo, acchiappalo. Lo senti respirare? Legalo bene. Hai il bambino?», incitavano ancora i soccorritori. Silenzio. Donato non rispose. Poco dopo ancora un’altra sconfitta. «No, non ce l’ho il bambino, niente da fare non l'ho preso». Era quella la prima volta che Donato provava l’impresa usando delle fettucce da contenzione psichiatrica che aveva usato affinché fungessero da cappio, ma che scivolarono via al primo strattone. «Riuscii ad afferrarlo mettendo la prima volta delle fettucce, quelle che più le tiri e più si stringono», racconta Caruso anni dopo al programma “La storia siamo noi”, «però non aderivano perché il bambino aveva già il polso esile. Allora le misi al gomito, li hanno aderito un po’, poi uno strattone ed è uscito anche là». Quindici minuti dopo Donato Caruso comunicò che stava risalendo a mani vuote. Ma poi si fermò e ci riprovò, dopo essersi riposato. «Donato non vuole risalire, ha detto che si vuole solo riposare e poi ritenta», raccontava la telecronaca. E Donato ci riprovò ma questa volta con delle manette, metodo molto più rischioso perché erano legate alla stessa sua corda di sicurezza. «Era più pericoloso perché se rimanevo incastrato, lì sotto ci rimanevo pure io», dice Donato, l’ultimo volontario a scendere in quel pozzo infernale. Poche ore dopo, al termine di oltre 60 ore di agonia, il cuore di Alfredino smise di battere e con lui l’Italia intera di quel 1981. Quell’Italia del Festival di Sanremo vinto da Alice con “Per Elisa” scritto da Franco Battiato, dello scandalo della P2, dell’attentato a Giovanni Paolo II in piazza San Pietro e della scoperta, pochi mesi dopo, di quel nuovo e misterioso virus che sarebbe stato chiamato Aids. L’Italia che viveva nella paura del Mostro di Firenze, che il 6 giugno 1981 aveva assassinato Giovanni Foggi e Carmela De Nuccio; quella del rapimento di Roberto Peci da parte delle Brigate Rosse, del matrimonio reale tra Carlo d’Inghilterra e Diana Spencer e dell’arrivo sul mercato dei primi personal computer. Era questa l’Italia che un bambino di appena sei anni riuscì a fermare per qualche giorno, costringendola a guardarsi allo specchio, tra improvvisazioni, errori e inadeguatezze da cui il Paese ha imparato qualcosa. Forse.

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