In mostra c’è Hat la moneta che stregò anche la Germania

Pesa 350 grammi ed è esposta al Teatro comunale Il numismatico D’Andrea: «È il simbolo della ricchezza»
ATRI . Non solo era talmente importante da “battere moneta”, avere cioè una propria zecca, ma lo faceva con una tale ricchezza di materiale che il peso medio era superiore a quello delle monete romane. Era l’antica Hat o Hatria, l’odierna Atri, che per le festività pasquali espone le sue antiche monete, in un allestimento al teatro comunale. L’iniziativa è promossa dall’assessorato alla Cultura del Comune, affidato a Domenico Felicione. Atri fu l’unica città dell’Adriatico a battere moneta prima di Roma. L’avanzata civiltà e il peso maggiore rispetto alle altre monete ne testimoniano l’antichità. Attualmente le monete atriane sono conservate oltre che ad Atri, anche a Roma, Berlino, Vienna e Londra. La moneta, simbolo della storia della città, resterà in mostra da oggi fino a lunedì 2 aprile, dalle 10 alle 12,30 e dalle 15,30 alle 18,30. «Con precisione, per quanto riguarda la loro epoca» afferma il numismatico Alberto D’Andrea che ha all’attivo diverse pubblicazioni tra le quali, insieme a Christian Andreani, “Le monete dell’Abruzzo e del Molise”, «ci sono delle teorie discordanti riconducibili, comunque, alla penetrazione di Roma verso l’Abruzzo pochi anni prima della conquista, cioè intorno al terzo secolo a.C. Si tratta di una serie completa che va dalla semuncia, o semioncia, passante per l’oncia, biuncia, triuncia, quadriuncia, semisse o quiuncia, all’asse, che è il pezzo più grande, alla quale appartiene la moneta in mostra. È una delle monete del periodo arcaico più belle e studiate tanto che in Germania, nell’Ottocento, era tenuta molto in considerazione». Per coniare una tale moneta, da 350 a 400 grammi di bronzo, bisognava che l’antica Hat fosse una città ricca e potente, cosa che porta a una positiva rivalutazione dei popoli italici. Chi visiterà la mostra potrà vedere sul rovescio della moneta, un cane Cirneco dell’Etna, noto per la sua fedeltà e laboriosità, mentre sul dritto è raffigurata una testa barbata che potrebbe appartenere a una divinità, il dio Hadranus, o Hatranus, o un mitico fondatore, o una figura mitologica come il sileno. Hatranus era una divinità illirico-sicula e questo potrebbe spiegare anche l’uso di raffigurare una razza di cane, il Cirneco, specifico della Sicilia orientale. Sempre dritto ci sono due H sdraiate ai lati e la lettera L in alto, mentre sul rovescio c’è la scritta HAT. «L’asse atriano, essendo agli albori della monetazione», spiega il numismatico D’Andrea, «era usato tanto quanto moneta, per fare acquisti, tanto quanto metallo che conteneva e poteva essere fuso per fare armi, aratri e altri oggetti. Atri era un centro con una florida attività commerciale con gli Etruschi, Umbri e con la Grecia verso la quale esportava vino e olio». Atri entrò a fare parte, con Ascoli e Ancona, della Confederazione Picena. Il suo importante porto gli permise di vantare una temuta flotta e di avere contatto con la Grecia. I visitatori che si recheranno a visitare la mostra atriana avranno la possibilità di vedere da vicino proprio “un asse”, la moneta della massima espressione di floridezza che fece della antica Hat un faro culturale ed economico ancor prima che la potenza romana si manifestasse in tutta la sua grandezza.

