Irpef in Abruzzo, D’Amico: «Qui la stangata è servita, in 15 regioni si risparmia»

13 Gennaio 2026

Il leader del Patto per l’Abruzzo: «Cittadini tartassati per 42,5 milioni all’anno». Ed è scontro sull’addizionale al rialzo: «Il governo centrale promette, loro azzerano tutto»

L’AQUILA. «Il maggior gettito fiscale in Abruzzo vale 42,5 milioni e non lo pagherà certo la befana. Lo pagheranno le cittadine e i cittadini abruzzesi. Quindi, basta bugie sulle tasse». Luciano D’Amico, capogruppo del Patto per l’Abruzzo, non ci crede alla ricostruzione del presidente della Regione Abruzzo Marco Marsilio di Fratelli d’Italia. Alla vigilia della prima busta paga con le aliquote Irpef ritoccate al rialzo per coprire il buco della sanità – 92 milioni per il 2024 e un altro centinaio per il 2025 –, D’Amico parla di «un fallimento tutto abruzzese». Il consigliere di opposizione elenca le addizionali nelle altre regioni e dice: «In Italia, ben 15 Regioni e Province autonome hanno un’aliquota più bassa di quella dell’Abruzzo sul primo scaglione di reddito».

Se Marsilio assicura che «tre quarti degli abruzzesi avrà una diminuzione del carico fiscale, cioè il 75% dei contribuenti: come si fa a chiamarla stangata?», D’Amico è certo di un altro scenario, opposto: «La stangata è servita». A Marsilio che dice «pagherà solo chi può pagare e nemmeno tanto», D’Amico risponde che «ci saranno conseguenze concrete sui bilanci familiari». Marsilio la chiama «una scelta di equità, sostenibilità e responsabilità», invece D’Amico parla di «un disastro che si poteva evitare».

L’aliquota prevista dalla legge è pari all’1,23%: «Viene applicata, ad esempio, in Basilicata, Veneto, Sicilia, Sardegna, Valle d’Aosta, Trento e Bolzano per tutti gli scaglioni di reddito e certo non si può dire che la sanità veneta o quella trentina non siano efficienti ed efficaci», spiega D’Amico, «nel 2011, la giunta Chiodi l’ha innalzata all’1,73%. Oggi la giunta Marsilio la fissa a 1,67 per i redditi fino a 28mila euro, presentando come sollievo per le fasce deboli una riduzione di appena lo 0,06 rispetto alla quota già precedentemente fissata all’1,73. Ma la verità è evidente: non si è ridotta l’aliquota rispetto alla base prevista dalla legge, ma si è confermato l’aumento, dall’1,23% all’1,67, ossia con un incremento rispetto all’aliquota base pari allo 0,44% sui redditi fino a 28mila euro. In Italia, ben 15 Regioni e Province autonome hanno una aliquota più bassa di quella dell’Abruzzo sul primo scaglione di reddito. Questo scostamento corrisponde per il primo scaglione a più 0,44 punti percentuali e ha conseguenze concrete sui bilanci familiari. Anche per le fasce 28.001-50mila euro e oltre 50mila», assicura il consigliere, «la stangata è servita: per la prima l’aliquota è pari a 2,87% con l’incremento dell’1,64% e per la seconda fascia arriva fino al 3,33% con una maggiorazione del 2,10%».

La manovra del centrodestra regionale finisce per anestetizzare le riduzioni del governo Meloni: «In Abruzzo», osserva D’Amico, «la giunta di destra non solo annulla gli effetti della riduzione delle aliquote per le fasce di reddito comprese tra 28.001 e 50mila euro definita a livello nazionale, ma eleva oltre misura il prelievo fiscale. È legittimo chiedersi se questa sia la funzione della tanto evocata “filiera” tra governo regionale e governo centrale: promettere (poco) con una mano e togliere (molto) con l’altra. Siamo davanti a un prelievo aggiuntivo e strutturale che sottrae risorse a famiglie e lavoratori e riduce drasticamente il potere d’acquisto con inevitabili ripercussioni su tutto il sistema economico regionale».

Il leader del Patto per l’Abruzzo disegna un Abruzzo che marcia all’indietro: «Il paradosso è che mentre aumentano le tasse, diminuiscono i servizi: le liste d’attesa si allungano, la rinuncia alle cure cresce, la mobilità passiva pesa sui bilanci. Se si chiede un sacrificio fiscale, lo si deve restituire in servizi misurabili, tempi certi e personale in corsia. Invece, i servizi diminuiscono e ai dipendenti del comparto sanità viene tagliato il salario accessorio. Un disastro che si poteva evitare, come abbiamo sempre sostenuto, con responsabilità nella gestione delle risorse e destinando il maggior gettito delle addizionali aumentate dalla giunta Chiodi interamente alla sanità. Ma non è andata così dopo l’uscita dal commissariamento, tanto che è dovuto intervenire il ministero imponendo che le maggiori entrate derivanti dall’attuale aumento venissero vincolate al Servizio sanitario. In termini semplici», continua il consigliere, «fino a oggi le tasse degli abruzzesi hanno finanziato anche mance e mancette della destra, non la qualità dell’assistenza sanitaria pubblica».

L’aumento dell’Irpef sarà in vigore per il 2026 e 2027; nel Defr, il piano 2026-2028 di Marsilio, non si parla di tasse e, allora, secondo l’opposizione, l’incremento potrebbe essere confermato anche nel 2028, ultimo anno di Marsilio presidente. «Ancora abbiamo nelle orecchie le parole della maggioranza di FdI, Forza Italia e Lega che in consiglio regionale parlava di misura temporanea ed emergenziale necessaria per gestire il disavanzo milionario delle Asl. E invece, alla lettura del Defr e del Bilancio, non c’è traccia di un annullamento e la maggiorazione risulta confermata fino a fine legislatura. Un fallimento tutto abruzzese. Una politica responsabile deve dire la verità agli abruzzesi, riportare le aliquote verso la base di legge e attuare una riforma sanitaria radicale che si prenda cura degli abruzzesi, con la riduzione dei tempi di attesa, con il rafforzamento della medicina territoriale, con una maggiore e più efficiente integrazione tra ospedali e distretti, con più adeguati investimenti in personale e tecnologie. Solo così», conclude D’Amico, «l’imposta smette di essere un peso e torna a essere leva di equità e fiducia».