«L’Abruzzo del petrolio? Non ci crediamo più»

Le più disilluse sono proprio le aziende di casa nostra, considerate un’eccellenza L’accusa: «Le riserve ci sono, è come avere i soldi sotto il materasso e non usarli»
dall’inviato ANDREA MORI
RAVENNA
«Voi della stampa ce l’avete con noi, scrivete cose che gli “altri” vi dicono come se fossero vere. E in questo modo vi prestate al loro gioco e insieme costringete noi ad andare via dall’Abruzzo». Michelangelo Tortorella è il vice presidente executive della Proger engineering, celebre società di San Giovanni Teatino, che dai tempi di Massimo Caputi è arrivata a progettare opere in ogni parte del mondo e collaborare con importanti società di idrocarburi. È lui il nostro approccio (non dei più morbidi, per la verità) alll’Omc (Offshore mediterranean conference), la fiera delle trivelle, il più importante evento del bacino del Mediterraneo, che ogni due anni accoglie tutto ciò che concerne il mondo della ricerca e della produzione di petrolio e gas, in terra e in mare.
Sono presenti delegazioni istituzionali ed industriali di 34 Paesi e qui, nel suo piccolo, l’Abruzzo conquista una parte di rilievo: dopo la Romagna è infatti la regione più rappresentata con trentuno aziende (vedi tabella accanto) che spaziano in ogni campo. Dai “giganti” come Micoperi, Rockhopper, Edison, Eni alle varie OmPa, Si&T, Remu, Sis, Sivam, aziende dell’indotto e dei servizi che da noi (circa 4mila dipendenti in totale) sono semisconosciute, ma che all’estero rappresentano un’eccellenza. Anche in questo caso l’Abruzzo si fa riconoscere: «È come avere i soldi sotto il materasso e non usarli, intanto l’inflazione te li mangia», è il commento amaro di Ivano Teodoro Calabrese, vicedirettore di Confindustria Chieti-Pescara, che in due anni ha assistito al calo di circa il 20 per cento del numero delle imprese abruzzesi partecipanti all’Omc: «Dove sono andate le altre? Travolte dalla crisi: chi ha dovuto mollare, chiudere e trasferirsi e chi non riesce a fare neanche quei volumi per poter partecipare alla fiera. Eppure da noi di lavoro ce ne sarebbe...».
Secondo Giuseppe Tannoia, direttore Europa dell’Eni, l’Italia sfrutta metà dei suoi giacimenti. In Abruzzo, rivela una ricerca di Confindustria, tale percentuale è in prospettiva ancora più bassa. Con la conseguenza che le imprese che lavorano nella componentistica, nella logistica, nella progettazione vanno altrove. Di chi è la colpa? E’ davvero solo della stampa e degli ambientalisti che gridano al “no oil”?
«È evidente che le cause sono altrove», risponde Giovanni D’Amico di Chieti che, dopo la chiusura dell’Eni di Ortona, viaggia per il mondo come manager della Weatherford Mediterranea spa: «C’è troppa incertezza, la politica prima dice una cosa poi il contrario. In Abruzzo si ragiona troppo con il mal di pancia e si finisce per fare del populismo».
Andrea Surricchio, della Ompa di Pasquale D’Allevo, racconta come l’azienda di cui è coordinatore, oggi riesca a dare lavoro a 40 dipendenti e fatturare 7milioni di euro da Torrevecchia Teatina: «Siamo riusciti ad avere una serie di certificazioni nelle connessioni primarie degli impianti e grazie ad esse siamo ricercati dalle compagnie petrolifere che lavorano all’estero. L’Italia? per carità, è ferma. L’Abruzzo? Zero».
C’è un’altra storia che ci colpisce e la apprendiamo da Alessandro Pavone, della Si&T (soluzioni e software per le imprese, 25 dipendenti, 1,5 milioni di fatturato), di Pianella con sedi a Chieti, Milano e Modena: «Qualche anno fa in Abruzzo c’era una grande azienda alla quale noi presentavamo puntualmente le nostre proposte e che lei altrettanto puntualmente scartava. Quando questa azienda è andata via dall’Abruzzo, sono cambiati i manager ed ha cominciato a cercarci e a lavorare con noi. Come spiegarlo? Beh mi viene da dire che siamo veramente troppo provinciali...».
Ma c’è anche un’altra storia alla Si&T, ed è una bella storia. «Quando nel 2009 ci fu il terremoto, ospitai a casa mia quattro studenti macedoni dell’università d’ingegneria dell’Aquila», racconta Pavone, «dopo un po’ questi ragazzi tornarono nel loro Paese e uno di essi mi richiamò. Disse che voleva aprire un’azienda come la mia. Io lo aiutai per farlo partire, ed ora quell’azienda tira tantissimo. Ecco, questo è un esempio di quanto potremmo fare noi in Abruzzo. Ma anche di quello che possiamo fare all’estero. E da subito».
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