L’assessore: che sofferenza lasciare ma stavamo perdendo la nostra gente

31 Marzo 2017

PESCARA. Marina Sclocco, 41 anni, psicologa, è l’unica assessora della giunta regionale targata D’Alfonso. E’ anche una delle poche donne abruzzesi impegnata in politica ai livelli regionale e...

PESCARA. Marina Sclocco, 41 anni, psicologa, è l’unica assessora della giunta regionale targata D’Alfonso. E’ anche una delle poche donne abruzzesi impegnata in politica ai livelli regionale e nazionale. Il suo passaggio dalla corazzata Pd ad Articolo 1, la neonata creatura di Roberto Speranza e Pierluigi Bersani, non è stata una scelta facile.

Assessore Sclocco, perché ha deciso di lasciare il Pd ed entrare in Articolo 1?

«Le ragioni sono diverse. Ho sempre seguito con interesse la discussione nazionale e vissuto con molta preoccupazione la perdita di consenso del Pd, che è evidente, come dicono i numeri. Poi nell’ottobre scorso, alla partenza della campagna referendaria, non ho condiviso l’impostazione del partito. Ero perplessa sulla forte personalizzazione che le aveva impresso Matteo Renzi. Questa personalizzazione, di fatto, ha sottolineato la divisione tra una parte degli elettori, diciamo tra il nostro popolo, e la leadership del partito. Soprattutto perché era il segretario del partito e il presidente del consiglio a spingere sulla divisione».

Lei infatti non ha fatto campagna referendaria.

«Non mi sono apertamente schierata, perché in quel momento non volevo essere protagonista di un processo che pensavo fosse divisivo, e dunque non costruttivo per il Paese».

E dopo il referendum?

«Speravo che alla fine di quel percorso ci fosse un’analisi seria per trovare una ricomposizione, ma non è stato così».

Anche lei sostiene che nel Pd non si poteva più discutere?

«È così, ma la cosa viene da molto prima. Non c’erano più i luoghi. Io non vengo da una tradizione familiare di partito, ma dal volontariato e dall’associazionismo, eppure nonostante questo, sento l’esigenza di avere un luogo di discussione che serva da garanzia e da equilibrio, anche per chi ha un ruolo istituzionale. Forse ha ragione Bauman, forse tutto questo è il frutto di una società ha perso i suoi punti di riferimento. Ma io non mi arrendo. Anche se ho fatto questa scelta con grande sofferenza: in fondo ho passato la metà della mia vita in quel partito».

Prima di decidere ne ha parlato con i suoi ex compagni di partito?

«Certamente. Non è una cosa che mi sono tenuta dentro: ho cercato altre strade, ho dato la mia disponibilità...».

Lei è assessore al Sociale e all’Istruzione. Nella sua decisione ha pesato l’agenda del governo Renzi, considerata non proprio di sinistra?

«Io faccio una differenza tra partito e governo. Renzi come segretario di partito mi ha delusa. Però come presidente del consiglio, nelle mie materie, non è stato male. È stata fatta una buona riforma del terzo settore; una straordinaria legge sul “Dopo di noi” che l’Italia aspettava da anni; la legge sulle unioni civili poteva essere fatta diversamente, ma sono contenta di come sia andata».

Ma sul lavoro?

«Lì qualcosa si poteva fare di più, ma per fare invertire la rotta ci vuole tempo».

E adesso?

«Sono tornata a sinistra. E l’idea è quella di ricostruire una sinistra di governo credibile. La nostra preoccupazione è rivolta al popolo che abbiamo perso. L’idea è quella di raccogliere la storia migliore della sinistra sui temi, per esempio, della giustizia e del lavoro».

E con i suoi attuali compagni di maggioranza?

«Non sono una che rompe. Sono leale. Con i miei compagni di giunta ho fatto grandi cose. Ora aderisco a un nuovo processo politico che voglio rafforzi il centrosinistra. Anche in Abruzzo». (a.d.f.)