L’impresa e la sfida digitale «L’Abruzzo deve accelerare»

16 Gennaio 2019

Donato Iacovone, ad di EY in Italia, è coautore di uno studio sulla nuova rivoluzione tecnologica. «Porterà molto lavoro, ma occorre farsi trovare pronti»

PESCARA. In che modo la rivoluzione tecnologica sta cambiando il modo di gestire le imprese? Cerca di rispondere a questa domanda il denso e informato libro curato dai professori Paolo Boccardelli e Donato Iacovone “L’impresa di diventare digitale” (Il Mulino). Ne abbiamo parlato con uno degli autori.
Professor Iacovone, che tipo di scenario c’è da attendersi, da qui ai prossimi anni?
«La rivoluzione tecnologica offre nuove importanti opportunità e per coglierle bisogna essere in grado di affrontare le sfide della trasformazione digitale. Il tema del lavoro e delle competenze è prioritario in quanto rappresenta la leva per cavalcare il cambiamento tecnologico. Secondo una ricerca di EY (Ernst & Young), nei prossimi 5 anni l’84% del fabbisogno occupazionale si concentrerà nel settore dei servizi. Nonostante la disoccupazione sia ancora a livelli più alti rispetto al 2008, il tasso di posti di lavoro vacanti è molto elevato. Questo è un indice del mancato incontro tra domanda e offerta di lavoro. In particolare, il tasso di posti vacanti aumenta proprio nelle aree a più alto profilo professionale. Il rischio di automazione riguarda una quota importante dei posti di lavoro e colpirà le professioni in modo differenziato, modificando così le mansioni richieste e creando nuove figure professionali».
Come si svilupperà il passaggio dagli attuali scenari imprenditoriali verso i nuovi modelli di business?
«Alcuni imprenditori hanno raccolto da tempo le opportunità offerte dalle nuove tecnologie, internazionalizzato il proprio business, managerializzato l’azienda e sono intervenuti sulla catena del valore sfruttando il digitale operando così su piattaforme e mercati globali. Ci sono però altri imprenditori ancora molto focalizzati sul prodotto e sulla dimensione familiare, che guardano con diffidenza alle tematiche di evoluzione tecnologica e delle competenze. Evidentemente i primi sono avvantaggiati rispetto ai secondi».
Quali competenze saranno richieste ai nuovi manager?
«La conoscenza delle tecnologie sta pervadendo tutti i comparti produttivi. Chiunque voglia entrare nel mondo del lavoro deve disporre almeno del know how di base delle nuove piattaforme tecnologiche. I profili più ricercati sono quelli legati alla trasformazione digitale. Occorre però puntare alla laurea: mentre il numero di diplomati in materie ICT è superiore alla richiesta, c’è carenza di laureati nello stesso ambito».
E ai profili occupazionali più “bassi”, quali conoscenze sono richieste?
«Gli studi di EY, e di altre istituzioni, segnalano una profonda trasformazione all’interno delle diverse attività svolte da un lavoratore. Questo trend, a seconda dei settori, riguarderà dal 30% al 60% delle singole attività. L’impatto sarà molto più elevato per quelle figure destinate a essere sostituite da macchine e robot, nell’agricoltura e nell’industria pesante».
Le attuali istituzioni che si occupano di istruzione sono adeguate al compito?
«I sistemi formativi del nostro Paese sono in forte ritardo sulla formazione di nuove competenze, non solo tecniche ma soprattutto culturali. Un recente studio del MIT mostra che nel medio periodo saranno la cultura e le scelte etiche a determinare le modalità d’uso della tecnologia. Solo i paesi che sapranno investire in moderni sistemi educativi e formativi, nello sviluppo di piattaforme di R&D e Innovazione, nella gestione dei flussi demografici e nelle riforme del mercato del lavoro saranno in grado di affrontare questa trasformazione. Le istituzioni ripensino al nostro sistema educativo, che deve evolvere verso un sistema flessibile di formazione permanente di alto profilo».
Come saranno assorbite le conseguenze sull’occupazione derivanti dall’impatto delle nuove tecnologie?
«Le recenti analisi del Word Economic Forum dicono che entro il 2022, a fronte di un calo di 75 milioni di posti di lavoro, ci sarà una crescita di 133 milioni di nuovi posti. EY stima per l’Italia nei prossimi cinque anni più di 2,5 milioni di nuovi occupati, il 32% dei quali creati dalla trasformazione digitale. Il provvedimento governativo “Quota 100” potrebbe far crescere ulteriormente questi numeri, di circa 200-300 mila l’anno. Si tratterà di professioni con competenze tecnologiche, ma crescerà anche la domanda di competenze umanistiche, relazionali e sociali».
Come miglioreranno le condizioni di lavoro?
«Grazie all’automazione, migliorerà la condizione di lavoro attraverso la riduzione dei lavori fisici e usuranti. Ci saranno maggiori opportunità di riconfigurare le proprie competenze, e di mettere a servizio doti sempre più apprezzate come la creatività e proattività. Cambierà anche la tipologia di rischi per malattie sul lavoro e ci sarà bisogno di diversi strumenti per mantenere forte la motivazione delle persone. Occorreranno strumenti contrattuali diversi per gestire fenomeni come la gig economy o le altre forme di lavoro innovative, così come di diversi modelli di matchmaking tra domanda e offerta di lavoro».
A un giovane che sta decidendo sul tipo di percorso universitario che cosa consiglia?
In Italia gli studenti privilegiano percorsi di studi umanistici. Sono invece pochi i giovani che si laureano nelle aree STEM, che forniscono le competenze tecnologiche richieste oggi dal mercato. Siamo nei 7/8 paesi più evoluti come sistema industriale, ma perdiamo in competitività e siamo tra gli ultimi sulle competenze STEM e gli investimenti in formazione. Le competenze umanistiche possono però essere un valore aggiunto per ridefinire gli schemi cognitivi in un mondo complesso che viaggia veloce, ma solo se si recupera il gap su quelle tecnologiche».
Per quanto concerne il sistema formativo abruzzese?
«Il modello formativo abruzzese è ancora troppo frammentato, poco internazionalizzato e connesso al mondo delle imprese per intercettare i nuovi bisogni del mercato del lavoro. La collaborazione del mondo dell’istruzione con le imprese è necessaria per formare giovani in maniera efficace e coerente, fornendo loro competenze nuove in grado di rispondere alle nuove esigenze. L’Abruzzo dovrebbe ragionare come un sistema unico, superando province e comuni ma anche pubblico e privato, sfruttando maggiormente le risorse e le bellezze del territorio».