«L’Iran ora è al sicuro» parola di ambasciatore

Il teramano Mauro Conciatori è nella capitale Teheran da quasi due anni «Qui c’è bisogno di tecnologia di qualità e c’è spazio per joint-ventures»
TERAMO. L’ambasciatore in Iran Mauro Conciatori è dal 2014 in Iran. Di origini teramane, è considerato uno dei massimi esperti di geopolitica. A lui rivolgiamo alcune domande sulla attuale situazione in Medio Oriente e sulle possibilità economiche in Iran.
Ambasciatore, che clima si respira a Teheran dopo gli accordi che hanno portato alla fine del totale isolamento di cui ha sofferto l'Iran per lunghi anni?
«La rimozione di una parte significativa delle sanzioni che negli ultimi anni avevano tagliato fuori il Paese dagli scambi con l’occidente ha prodotto significativi cambiamenti. Agli intensi rapporti che già intrattiene con Russia, Cina, India e Asia in generale, oggi l’Iran aggiunge l’opzione occidentale. Era quello che ampie fasce della società aspettavano da tempo. Qui adesso le persone sono animate da una scossa di energia vitale e di spirito progettuale. I numerosi operatori economici italiani che vengono a esplorare le prospettive di questo nuovo mercato sono colpiti prima di tutto dall’energia e dall’entusiasmo che degli interlocutori iraniani. Questa sensazione che può avvenire qualcosa di nuovo a lungo atteso, e quindi la volontà di prendere in mano il futuro anziché rassegnarsi a subirlo, mi paiono felicemente contagiose per gli italiani che oggi si avvicinano all’Iran».
Si è molto parlato delle opportunità commerciali che si stanno aprendo per l'Italia, anche dopo la visita del Presidente Rohuani, ma le notizie hanno riguardato soprattutto grandi e grandissime imprese: pensa che ci sia spazio anche per aziende medio-piccole, che costituiscono il cuore produttivo dell'Abruzzo?
«L’Iran si riapre all’occidente avendo bisogno di sviluppare le infrastrutture attraverso grandi progetti, ma chiede anche tecnologia. Ed è capace di assorbire prodotti di fascia qualitativa alta. Stiamo parlando di un’economia di 80 milioni di abitanti che, liberata dalle sanzioni, dovrebbe crescere per un certo tempo a un ritmo del 6-8 per cento annuo, secondo stime attendibili. Prospettive interessanti per molti, quindi. Sempre tenendo conto che non si tratta di un’economia di mercato e che non lo diverrà in tempi brevi.
Le grandi aziende possono tentare di entrare in complessi progetti infrastrutturali o di rilancio della produzione nei settori strategici, a cominciare dall’energia e dalla siderurgia. Tuttavia l’Iran ci propone anche operazioni più circoscritte, volte ad aggiornare il suo sistema produttivo. Questo è diffuso e articolato, con una sua progettualità e una certa efficienza. Ha però perduto il passo di alcuni più recenti sviluppi tecnologici e di management. C’è quindi spazio per creare agili joint-ventures volte a produrre in Iran beni strumentali o di consumo. Infine, in Iran si può anche semplicemente esportare dei beni, individuando i giusti partner e distributori: occorre però tenere conto che, proprio alla luce della capacità produttiva interna cui facevo cenno, questo mercato non assorbe prodotti generici, per i quali c’è forte concorrenza di produttori cinesi o iraniani; compra invece beni di nicchia o ad alto contenuto tecnologico».
In quali settori?
«In generale, i settori più propizi mi sembrano la meccanica; la meccanica applicata; l’automotive; le costruzioni e i materiali di costruzione; l’agrofood; i prodotti medici; la gestione delle acque; l’oil and gas e la generazione energetica anche da energie alternative. Senza dimenticare che l’Iran presenta ampie forbici reddituali, con una classe di super ricchi sensibili dall’industria del lusso».
Pensa che l'Iran possa costituire una meta interessante anche per giovani che vogliono fare un'esperienza di lavoro all'estero?
«Durante l’epoca delle sanzioni quasi tutte le società occidentali hanno chiuso il loro uffici di rappresentanza a Teheran, o li hanno ridotti all’osso. Adesso la tendenza dovrebbe invertirsi, ma questo avverrà nel medio termine. In una tale prospettiva ci sarà anche bisogno di strette cooperazioni fra gli studi legali internazionali a vocazione commerciale, via-via che si consolideranno le prospettive di concludere contratti».
Ritiene che un Paese così ricco di bellezze storico-artistiche e naturali possa diventare visitabile senza particolari complicazioni in un prossimo futuro?
«L’Iran presenta un grande interesse architettonico, antropologico e soprattutto archeologico, con vestigia risalenti sino alla metà del terzo millennio avanti Cristo. E’ visitabile senza particolari difficoltà; il visto si può prendere in aeroporto. Ed è certamente uno dei Paesi più sicuri al mondo, immune da rischi terroristici. Bisogna rispettare le peculiarità dei costumi e le sensibilità della locale teocrazia. Le strutture di accoglienza sono oggettivamente un po’ deboli e il personale scarsamente qualificato, anche se i progressi sono rapidi. Questo forse è un altro dei settori in cui l’esperienza italiana può aiutare a fare la differenza».
Lei guida oggi un'ambasciata importante come quella di Teheran: si sente di consigliare ai giovani la carriera diplomatica? Quali caratteristiche occorre avere per tentare una strada così impegnativa?
«Pur tra le mille difficoltà comuni all’intero settore pubblico in Italia, e in un contesto di chiara mutazione genetica della professione, credo che la carriera diplomatica resti una prospettiva affascinante e stimolante. E’ un mestiere che obbliga a rimettersi in discussione ogni tre-quattro anni, in cui l’esperto torna regolarmente principiante e deve perciò investire grandi motivazioni e forte curiosità. Una scuola di modestia molto sana, insomma, in cui bisogna essere sempre pronti a imparare e a modificare i propri parametri di riferimento. Credo richieda curiosità umana e intellettuale, tenacia, spirito di adattamento pratico e psicologico. E, non ultimo, molta di voglia di lavorare, per moltissime ore al giorno».
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