LA RIVOLUZIONE AMERICANA TRA STORIA E MITO
Il 4 luglio 1776 per opera delle tredici colonie americane si consumava la definitiva rottura del vincolo con la madrepatria inglese. Veniva così sancita l’unione federale di quei territori che si...
Il 4 luglio 1776 per opera delle tredici colonie americane si consumava la definitiva rottura del vincolo con la madrepatria inglese. Veniva così sancita l’unione federale di quei territori che si sarebbero riuniti per promuovere gli Stati Uniti d’America. Iniziava l’epopea della Rivoluzione repubblicana e costituzionale e il generale George Washington veniva eletto nel 1789 primo presidente: un cammino esaltante e tortuoso che dopo circa un secolo avrebbe condotto gli USA, all’indomani della dolorosa Guerra di Secessione (1861-1865), ad assumere il ruolo egemonico di grande potenza mondiale.
Dei differenti linguaggi politici della Rivoluzione americana si occupa ora Nicola Paladin, docente di Letteratura angloamericana dell’Università “D’Annunzio” di Chieti-Pescara, nell’interessante monografia L’altra Rivoluzione. Rappresentazioni e rifrazioni della Guerra d’indipendenza nella letteratura americana della Early Republic (Padova, Linea edizioni, 2022).
Prendendo in esame più o meno note opere letterarie scritte tra il 1776 e il 1825, quali ad esempio Common Sense di Thomas Paine, The Spy: a Tale of the Neutral Ground di James Fenimore Cooper e The Rebels: or Boston before the Revolution di Lydia Maria Child, l’autore spiega come la Rivoluzione americana non fosse altro che il risultato sedimentato di rappresentazioni spesso eterogenee e tra loro alternative, non sempre corrispondenti alla consolidata tradizione degli studi storici di taglio retorico-celebrativo. Basti vedere, in tale ottica, i lavori di George Bancroft, Mercy Otis Warren e David Ramsay per rendersene conto. Nei cinquant’anni successivi a quell’avvenimento furono proprio questi studiosi postrivoluzionari “a trasfigurare – come osserva Paladin – la storia in mito”.
Una posizione centrale nel discorso letterario della Rivoluzione riveste certamente la figura di Paine, largamente menzionata nel libro. L’opuscolo Common Sense, pubblicato nel 1776, fu accolto da un enorme successo di pubblico: in soli tre mesi ne furono diffuse centomila copie. All’interno della cornice identitaria della patria americana lo scritto assunse un’importanza politica decisiva. In esso era rivendicato il diritto di resistere all’autorità sovrana, simbolo dell’unità di tutto il popolo inglese. Vittime di prepotenze e soprusi i sudditi americani, in nome dell’umanità, avrebbero dovuto con la ribellione generale riconquistare i diritti calpestati dalla monarchia ed affermare, da un lato, i supremi ideali del comunitarismo religioso, dall’altro, i caratteri dell’individualismo liberale, espressione originaria dello spirito illuministico del tempo: entrambi pilastri di un modello sociale posto al riparo da possibili ricadute assolutistiche di matrice europea. Il che, appunto, accadeva nello stesso anno in cui Thomas Jefferson redigeva la Dichiarazione d’Indipendenza approvata dal Congresso continentale: la ribellione si traduceva dunque in guerra cruenta per il riscatto delle colonie.
Il libello polemico di Paine fece propria la tradizione di gran parte del pensiero politico dell’Età dei Lumi di segno antimonarchico, da cui trasse nuova linfa per mantenere particolarmente vive l’unità e l’appartenenza solidale delle comunità locali, la cui autonomia organizzativa e amministrativa era stata ripetutamente messa a repentaglio dall’invadente politica fiscale del re d’Inghilterra, Giorgio III Hannover. Paine ebbe nell’illuminismo di Montesquieu e Voltaire i propri capisaldi teorici e segnatamente nelle idee contrattualiste di John Locke, emblema della dottrina politica della Glorious Revolution inglese (1688-1689), ritrovò la più evidente e significativa fonte di ispirazione.
L’originale lavoro di Paladin mette in luce come la letteratura della Rivoluzione continui tuttora a vivificare la memoria storica di un evento fondativo senza precedenti e a costituire il punto di riferimento ineludibile della cultura degli Stati Uniti. Dall’Ottocento al Novecento, e sino ad oggi, il discorso e l’eredità dai tanti volti della Rivoluzione permangono, nel bene e nel male, ancora vitali. Lo dimostra nella realtà, pur tra contraddizioni e contrapposizioni, l’adesione di attivisti di opposto colore politico a movimenti quali il Tea Party Movement e il BlackLivesMatter, all’iniziativa dei suprematisti bianchi 1776 Report poi cancellata da Biden; ma lo certifica in modo clamoroso la tentata insurrezione del Campidoglio (Capitol Hill) del 6 gennaio 2021 a Washington.
In tale occasione il regime liberaldemocratico nordamericano apparve in tutta la sua fragilità e sembrò vacillare sotto i colpi di agguerriti sostenitori del presidente uscente degli Stati Uniti, Donald Trump. Per molti si è trattato di un vero e proprio golpe, che ha messo in crisi l’ultrasecolare solidità dell’impianto costituzionale scaturito dallo storico Atto di Indipendenza del 1776 e dall’enunciazione solenne dei valori ispiratori della nazione americana: affermazione del diritto naturale alla libertà, rispetto dei diritti inalienabili degli individui, fecondità del rapporto tra governanti e governati fondato sul consenso e sul potere di controllo di questi ultimi.
*Docente di Storia moderna
Università D’Annunzio

