La Vecchioni agli studenti: cercate sempre il dialogo

2 Aprile 2017

La scrittrice Francesca ha incontrato le classi del De Titta-Fermi a Lanciano E sulle polemiche dice: «Preside e ragazzi non sono su posizioni distanti»

LANCIANO. «Quello che ha fatto la preside e quello che hanno risposto gli studenti, paradossalmente, non sono due cose lontane. Lo scopo, cercato in modi diversi, è arrivare a un dialogo su temi come l’omosessualità che, purtroppo, in Italia sono sottovalutati. E del dialogo non bisogna mai aver paura». A mettere la parola fine al “caso Lanciano” ci pensa lo stesso motivo scatenante: Francesca Vecchioni , scrittrice e attivista per i diritti della comunità Lgbt. È da poco terminato l’incontro con circa 150 ragazzi del Fermi-De Titta, l’istituto che l’ha invitata, tramite l’associazione “I colori dell’Iride”, a parlare della sua esperienza di vita di donna omossessuale, previo consenso delle famiglie (decisione, quest’ultima, che non è piaciuta a studenti, associazioni e movimenti omosessuali). Ma le polemiche ieri sono rimaste fuori da scuola. Nell’aula magna del Fermi un’attenta platea di studenti ha ascoltato e interagito con Francesca Vecchioni, figlia del noto cantautore Roberto. «È bello parlare con i ragazzi, il dialogo non deve far paura», ripete Francesca, «hanno parlato molto di sé, che in fondo è lo scopo del parlare di questi temi. Hanno raccontato del bisogno di poter parlare di queste cose. Ringrazio molto la preside (Daniela Rollo, ndr) per l’invito. I ragazzi sono eccezionali quando fanno quella domanda in più, quella cosa che può sembrare difficile da chiedere. Ci dobbiamo preoccupare quando le domande non arrivano, non quando ci sono. Paradossalmente», dice Francesca, «la posizione della preside e quella degli studenti si avvicinano molto. La preside ha tentato di creare un momento di dialogo su temi sottovalutati. Solo in Italia non abbiamo un’educazione affettiva e sessuale. È come avere paura di parlare della realtà. Alla fine i ragazzi si educano affettivamente e sessualmente su internet, che non è certamente il luogo migliore. La delicatezza di questo tema e il bisogno di poter avere momenti di dialogo non sono cose distanti». E la scuola gioca un ruolo importante in questo percorso. «Una ragazza mi ha chiesto: come ci dobbiamo comportare se a casa un genitore, guardando la televisione o il telegiornale, fa un commento negativo sulle persone omosessuali?», racconta Francesca, «qui sta l’importanza della scuola. Se anche provieni da una famiglia che su alcuni temi è più semplice o ha più difficoltà, l’insegnante, l’educatore, può avere un ruolo compensatorio o di appoggio. Di fronte a un commento negativo dobbiamo poter avere gli strumenti per non discriminare, non soltanto per l’orientamento affettivo, ma per qualunque diversità. Siamo noi la società, coloro che possono alleggerire la pressione su queste tematiche e togliere lo stigma sociale. Perché la paura è quella ed è paura, nient’altro». Ma la prima volta che si parla della propria omosessualità fa paura? «Sì. Abbiamo paura di confrontarci con aspettative e attese dei nostri genitori. Io sono stata fortunata, ma la risposta è semplice: siamo tante cose, innamorarsi di qualcuno dell’altro sesso non comporta tutto il nostro essere. Il coming out arriva spesso in maniera inaspettata per i genitori, non hanno gli strumenti per gestire questa situazione. Noi sì perché l’abbiamo analizzata, abbiamo avuto un percorso. Bisogna avere un po’ di pazienza», suggerisce Francesca, «sentirsi tranquilli e pronti con se stessi, e aspettarsi di tutto, sia in negativo che in positivo».

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