L’Abruzzo degli aumenti. Ecco perché qui il carovita fa più danni che altrove

5 Novembre 2026

Stipendi bassi, contratti sempre più precari e famiglie indebitate dalle rate.

Nell’Abruzzo del Pil al rialzo, i rincari si sentono ancora di più e monta la rabbia

Caro benzina, caro gasolio, caro bollette, caro spesa. Ormai è caro tutto. Tranne gli stipendi che restano sempre gli stessi, anzi sono svuotati dall’inflazione e le famiglie, soprattutto in Abruzzo, perdono potere d’acquisto giorno dopo giorno. Ma siamo arrivati al punto di non ritorno: lo dimostrano le proteste di piazza che si ripetono in Italia e anche in Abruzzo per denunciare i rincari e le speculazioni e chiedere alle istituzioni di fare qualcosa di concreto, come l’istituzione di un osservatorio sui prezzi. Si chiama “Caro vivere. Quanto costa andare avanti?” un’altra puntata di “31 minuti”, il settimanale di approfondimento di Rete8 in collaborazione con il Centro che va in onda questa sera alle ore 22.30 (videomaker Giuliano Vernaschi, regia Danilo Cinquino e Antonio D’Ottavio).

Anche in Abruzzo, i dati dell’inflazione sono impietosi e dicono che, a settembre, i prezzi sono aumentati del 4,2% a fronte degli stipendi che invece non crescono mai: per fronteggiare i rincari, dal pane alle verdure fino alle bollette, le famiglie ci rimettono e ad andare bene intaccano i risparmi, sempre se ce li hanno, altrimenti si indebitano. Ma il carovita non è democratico e non colpisce tutti allo stesso modo: i rincari pesano di più sulle persone con i redditi più bassi. E, in questo meccanismo, la base di partenza dell’Abruzzo è già compromessa e lo dicono i numeri.

Un dato, quello degli stipendi medi, fa riflettere: sul fronte delle retribuzioni, l’Abruzzo è al 13° posto in Italia. In Abruzzo gli stipendi ammontano a 20.339 euro l’anno mentre la media italiana è di 24.486 euro: qui in Abruzzo, mancano oltre 4.000 euro rispetto alla media, significano 333 euro al mese. Il paragone con la Lombardia, la regione in cui gli stipendi medi sono i più alti d’Italia, è disarmante: tra la Lombardia e l’Abruzzo c’è una differenza di 10mila euro, cioè il 30%: in Lombardia un dipendente normale percepisce 30.384 euro l’anno; lo stesso dipendente in Abruzzo ne percepisce poco più di 20mila. Ed ecco che, qui, il carovita si sente ancora di più.

Ma perché nell’Abruzzo in cui il Pil cresce quasi del 2%, 4 volte di più della media nazionale, lo stesso Abruzzo del record dell’occupazione che fa segnare un +4,9% di assunzioni, gli stipendi sono così bassi? Secondo un’indagine del Cresa, il centro studi del sistema camerale, nel mercato del lavoro abruzzese c’è «un’ombra derivante dalla natura dei flussi»: significa che le assunzioni, nel periodo gennaio-aprile 2026, sono soprattutto precarie: l’85,3% dei nuovi rapporti di lavoro è a tempo determinato e solo nel 14,7% dei casi è a tempo indeterminato. Anche in questo caso l’Abruzzo fa peggio della media italiana: in Italia l’incidenza dei contratti a tempo indeterminato è del 17%.

Il nuovo segretario generale della Cgil Abruzzo Molise si chiama Franco Spina ed è stato eletto proprio pochi giorni fa: nella sua prima uscita da segretario regionale, Spina ha detto che il 10% delle famiglie abruzzesi è in stato di povertà e che, negli ultimi 4 anni, la povertà in Abruzzo è cresciuta dell’1,8%. Su un punto, il segretario della Cgil è stato chiaro e ha sottolineato che «con contratti non stabili e duraturi chi guadagna 800-1.000 euro al mese oggi è povero». E Spina ha mandato anche il suo messaggio alla politica che esulta per il record dell’occupazione in Abruzzo: «Quando si dice che cresce l’occupazione bisogna capire se si tratta di lavoro strutturato, in settori dove si applicano contratti ad alta redditività o contratti precari, a termine e lavori a chiamata». E questo è quello che sta succedendo in Abruzzo. Lo conferma anche Romeo Pasquarelli dell’Usb, il sindacato che ha proclamato lo sciopero generale di venerdì scorso con un corteo di oltre mille persone che ha bloccato Pescara: «Ogni lavoratore deve avere un salario dignitoso che gli permetta di condurre una vita sufficientemente sostenibile per la sua famiglia e per se stesso», ha detto Pasquarelli al megafono, tra i palazzi della prefettura e del Comune di Pescara, «abbiamo tantissimi lavoratori che lavorano con stipendi bassissimi. I contratti nazionali non hanno consentito il recupero dell’inflazione e si fa fatica ad andare avanti, anzi è diventato quasi impossibile».

I prezzi aumentano, gli stipendi sono bassi e i contratti sono precari: è un cane che si morde la coda. E c’è anche un altro fattore che influenza la vita e i bilanci delle famiglie: l’indebitamento al consumo. In Abruzzo, in media, l’indebitamento delle famiglie per fare le spese a rate è di circa 7.000 euro (6.863 euro), una cifra più alta della media italiana che è di 6.657 euro. La regione in cui le famiglie fanno meno debiti è il Trentino Alto Adige con 3.824 euro; in Molise, l’indebitamento delle famiglie è di 5.881 euro. Queste differenze spiegano che qui in Abruzzo comprare un po’ di tutto a rate, dai telefonini agli elettrodomestici fino alle vacanze, non è soltanto una comodità ma è anche una necessità perché i soldi non bastano ad arrivare alla fine del mese. Visto da un altro punto di vista, l’indebitamento delle famiglie è un grande affare che, per banche e società finanziarie, vale 4 miliardi di euro, quasi 200 milioni in più tra il 2024 e il 2025. Più si sente la crisi e più si compra a rate, questa sembra la tendenza.

E allora bastano queste premesse per capire che il carovita pesa ancora di più sui bilanci delle famiglie perché si aggiunge agli stipendi bassi, ai contratti precari e ai debiti contratti per andare avanti.

A settembre scorso l’inflazione è salita al 4,2%, in netta accelerazione rispetto al 3,3% di agosto; i beni energetici regolamentati sono cresciuti del 25,8% su base annua, quelli non regolamentati del 22,5%; i prodotti alimentari non lavorati sono aumentati del 5,5%.

Ormai ci siamo abituati alla corsa dei prezzi dei carburanti che il tetto dei 2 euro sembra quasi normale. Eppure tra il 2019-2020 e oggi, la benzina è aumentata di 50 centesimi al litro: significa che se prima ci volevano 75 euro per fare un pieno da 50 litri, oggi ne servono 100, cioè 25 euro in più. Per il gasolio è ancora peggio: nel raffronto tra il 2020 e oggi, il diesel costa un euro in più al litro e allora, se prima un pieno costava 62,50 euro, adesso costa il doppio, 113 euro.

E poi ci sono i mutui: nel 2019, i tassi hanno toccato i minimi storici con (1,79%); nel 2022, c’è stato un forte e rapido aumento fino al 2,51%; adesso, i tassi oscillano mediamente tra il 3,25% e il 3,80%.

Messa così, è logico che il carovita non abbia gli stessi effetti per tutti e aggredisca maggiormente i redditi più bassi: i dati Istat relativi al terzo trimestre 2026 mostrano che le famiglie con livelli di spesa più bassi affrontano un’inflazione del 4,4%, contro il 2,9% delle famiglie con spesa più alta. E queste percentuali significano potere d’acquisto ridotto.

E, nell’Abruzzo dei piccoli centri, il carovita presenta anche una differenza geografica: in Abruzzo ci sono 305 comuni e duecento sono paesi montani o collinari, anche lontani tra loro. Per questo, l’impatto del carovita sul territorio non è uguale e colpisce l’entroterra con un’intensità doppia: accade perché, nelle aree interne, la carenza di infrastrutture e servizi costringe la popolazione a spostarsi di più e quindi a spendere significativamente di più: ci si sposta per andare a scuola o al lavoro, per fare la spesa, per fare una visita medica e comprare le medicine. E questo isolamento economico e logistico sta accelerando lo spopolamento: si calcola che l’entroterra abbia perso circa il 20% degli abitanti negli ultimi anni, con picchi del 33% per le fasce giovanili sotto i 15 anni.

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