L’Abruzzo e il Molise adesso sono fratelli di frana: oltre trentamila ferite

I danni dell’ultima ondata di maltempo e l’affare del cemento vista mare. La denuncia delle associazioni: «Assalto dell’edilizia lungo tutta la costa»
PESCARA. L’Abruzzo e il Molise sono “fratelli di frana”. È questo il titolo di un’altra puntata di “31 minuti”, il settimanale di approfondimento di Rete8 in collaborazione con il Centro, che va in onda questa sera alle ore 23 (riprese e montaggio di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino, ottimizzazione di Antonio D’Ottavio). Prima dell’ultima ondata di maltempo che ha lasciato tantissimi danni, in Abruzzo erano censiti circa 8.400 tra frane e smottamenti. Adesso, il numero di quelle ferite potrebbe arrivare quasi a 9.000. In Molise, un territorio molto più piccolo dell’Abruzzo, le frane sono arrivate addirittura a 22.000, compresa quella di Petacciato che è tra le più grandi d’Europa. E nonostante questi scenari, il cemento dei palazzi torna prepotentemente protagonista, soprattutto vista mare.
L’ultima ondata di maltempo che si è abbattuta sull’Abruzzo, in particolare nel Vastese, e anche sul Molise ha messo a nudo tutte le fragilità del territorio: la pioggia che è caduta per giorni ha ingrossato i fiumi, è stato necessario aprire le dighe per far defluire l’acqua accumulata, ci sono state esondazioni e frane con le strade sbriciolate e i paesi a rischio isolamento. Un’emergenza nel vero senso della parola tanto che la giunta regionale Marsilio ha chiesto al governo amico di Giorgia Meloni di dichiarare lo stato di emergenza, un provvedimento che poi è stato concesso e ha liberato i primi fondi: 15 milioni per l’Abruzzo, 20 al Molise, 10 alla Puglia e 5 alla Basilicata.
Dopo il crollo del ponte sul fiume Trigno, a Montenero di Bisaccia, il 2 aprile scorso e il risveglio della frana storica di Petacciato, il 7 aprile quando la terra si è mossa di un metro e 30 centimetri, in questa zona di cerniera tra Abruzzo e Molise è arrivato anche Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e vice premier, leader incontrastato della Lega, e la sua foto, accovacciato su una strada distrutta è diventata virale: Salvini ha promesso fondi per ricostruire le strade distrutte e ha annunciato il suo «obiettivo ambizioso», ricostruire il ponte sul Trigno, crollato due volte in poco più di vent’anni, entro la fine del 2026. E quello sul Trigno non è l’unico ponte che Salvini vorrebbe riaprire, c’è anche il viadotto Sente che è chiuso dal 2018 per criticità strutturali, tra cui la rotazione di uno dei piloni principali, isolando l’Alto Molise e l’Alto Vastese: «Prima di ripartire per Roma, ti chiamo», ha detto il ministro in una videochiamata da Petacciato al sindaco di Agnone Daniele Saia.
Nel suo giro in Molise, Salvini ha parlato anche del consumo di suolo cioè di quanto cemento prende il posto delle aree naturali e agricole: «Non bisogna consumare altro suolo, poi l’Italia è tutta un territorio fragile da nord a sud. Bisogna essere attenti». E su questo, l’Abruzzo vanta un primato negativo in tutta Italia: l’Abruzzo è la regione con il più alto indice di consumo di suolo, anche nelle aree a ridosso dei fiumi, quelle più pericolose. Quella di cui ha parlato il ministro, almeno per l’Abruzzo, è una tendenza che non cambia, anzi: secondo l’Ispra, Istituto superiore per la protezione ambientale, i numeri dell’Abruzzo sono in costante aumento: più 6,75% rispetto al 2006. La regione spicca a livello nazionale per l’incremento di consumo di suolo entro i 150 metri dai corpi idrici, a partire dai fiumi, con un aumento dell’1,31% pari a 67,4 ettari. La densità di consumo in questa fascia è la più alta d’Italia, raggiungendo i 10,53 metri quadrati per ettaro. Questi numeri significano soltanto una cosa: che in caso di un’emergenza maltempo, la probabilità di esondazioni e allagamenti è sempre più alta.
Stessa storia anche per le aree vista mare, quelle che sul mercato immobiliare valgono più dell’oro: l’Abruzzo registra i valori massimi di incremento di consumo di suolo in diverse fasce costiere, più 0,60% (con una densità record di 22,08 m²/ha) entro i 300 metri dalla costa. E Vasto, secondo due associazioni, il Forum H2O e il Forum Ambientalista, «è un caso paradigmatico del nuovo assalto edilizio in corso lungo la costa abruzzese». Secondo le due associazioni, solo a Vasto nell’ultimo anno sono stati presentati 12 nuovi piani edilizi con consumo di suolo per 72 ettari, equivalenti a 100 campi di calcio. E questo accade nella città in cui già ora si registra un consumo di suolo del 14,9% dell’intero territorio comunale, tre volte la media regionale e oltre due volte quella nazionale. Ma Vasto, secondo le due associazioni, è soltanto «la punta di un iceberg» perché l’affare del cemento vista mare riguarda tutta la costa abruzzese con nuovi interventi edilizi previsti tra i paesaggi più belli di Ortona e San Vito Chietino e vari comuni teramani, da Martinsicuro a Roseto: «I recenti eventi tra alluvioni e frane», spiegano le due associazioni, «hanno riacceso l’attenzione sulla questione dell’abuso del territorio.
In realtà le associazioni nonché gli organi scientifici dello Stato e gli esperti denunciano da tempo l’inarrestabile depauperamento della risorsa suolo. In questo senso la costa Adriatica ha scontato un disordinato sviluppo edilizio. Pescara ha oltre il 50% del suolo consumato. Martinsicuro il 33%. Ortona il 14%. Gli errori del passato vengono reiterati. Lungo la tanto osannata costa teatina, si affastellano vasti progetti edilizi». Gli ambientalisti passano in rassegna gli interventi in ballo: «Si pensi al nuovo Piano regolatore del Comune di Ortona che prevede una distesa di villette e asfalto al posto degli oliveti davanti alle riserve naturali dei Ripari di Giobbe e dell’Acquabella. Oppure al resort con 400 stanze che dovrebbe nascere a San Vito Chietino, sovrastando il limitrofo sito Natura 2000 di Fosso delle Farfalle protetto dalla Ue. Idem sulla costa teramana, a partire dai piani edilizi lungo il litorale di Roseto e Martinsicuro. Insomma», continuano, «a parte la strenua ma infruttuosa opposizione dell’amministrazione di San Vito a scelte fatte nel passato, tante chiacchiere ipocrite vengono spese sui rischi ambientale, compresi quelli derivanti dall’innalzamento del livello del mare. Poi però prevalgono gli interessi privati sul bene comune. Servirebbe un ampio e capillare movimento che si opponga a questa colata di cemento portata avanti dai profeti della betoniera, a partire dalla giunta Menna a Vasto».
La denuncia degli ambientalisti si lega a un ricorso che, dall’Abruzzo, ha fatto rumore fino in Parlamento: lo stesso Abruzzo che qualche giorno fa, si è ritrovato sommerso dall’acqua, proprio qualche tempo prima aveva avviato una battaglia giudiziaria contro l'Autorità di Bacino. Si tratta di una risposta all’Autorità di Bacino che, per evitare gli effetti delle piene, aveva dato una stretta alla possibilità di costruire in aree considerate a rischio alluvionale aggiornando la precedente versione del Piano stralcio difesa alluvioni. Di fronte al Psda dei divieti, 18 tra enti pubblici e privati abruzzesi non l'hanno presa proprio bene e hanno fatto ricorso al Tar. Proprio di questo, il 19 novembre dell’anno scorso, ha parlato il capo dipartimento della Protezione civile nazionale Fabio Ciciliano durante una seduta della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rischio idrogeologico, proprio in quella sede Ciciliano ha lanciato un atto d’accusa contro una certa politica abruzzese: «Diversi sindaci di quell’area hanno impugnato innanzi al giudice amministrativo il decreto di questo segretario generale, dimenticando che il sindaco è, egli stesso, autorità locale di protezione civile», ha detto Ciciliano.
I ricorrenti sono il Comune di Pescara, cioè la città più grande d'Abruzzo che negli anni ha pagato un conto pesante alle esondazioni del suo fiume; e poi ci sono altri Comuni che convivono da sempre con i problemi causati dallo stesso corso d'acqua: Popoli, Manoppello, Rosciano e San Giovanni Teatino. E non è finita: c'è anche la posizione speciale della Regione Abruzzo che ha aderito al ricorso aumentando il peso specifico dei ricorrenti pubblici. Dalla parte dei privati, ci sono imprese edili, aziende chimiche che insistono lungo il fiume Pescara e anche la fondazione PescarAbruzzo. Secondo lo statuto, questa fondazione è "un ente non profit, privato e autonomo, non ha finalità di lucro e persegue scopi di utilità sociale e promozione dello sviluppo sociale, culturale ed economico". Una fondazione di ispirazione bancaria, impegnata principalmente nel settore della cultura tra mostre, convegni e presentazioni artistiche. Stavolta però la fondazione PescarAbruzzo volge il suo sguardo anche all'urbanistica perché la fondazione stessa è il mecenate che offrirà 4 milioni di euro al Comune di Pescara e all'amministrazione del sindaco Carlo Masci di Forza Italia per realizzare il primo lotto del parco nell'area di risulta, davanti alla stazione centrale: una distesa di verde di 6 ettari dovrebbe prendere il posto dell’asfalto.
Il dettaglio è che il nuovo Psda, con la sua stretta alle costruzioni, mette a rischio non soltanto le palazzine dei privati ma anche il futuro della grande opera dell’area di risulta attesa da decenni. Infatti, il vincolo anti alluvione finisce per includere anche il secondo lotto dell'area di risulta, quello che prevede un parcheggio sotterraneo da 400 posti auto oltre a quaranta stalli per gli autobus accessibile da una strada in discesa. Proprio per questo, anche la fondazione di Mattoscio ha presentato il suo ricorso. La prossima udienza davanti al Tar ci sarà il 12 giugno: nell’attesa, è iniziata una trattativa parallela tra i ricorrenti e l’Autorità di Bacino per trovare un compromesso e continuare così a costruire. Il compromesso dovrebbe essere quello di realizzare una serie di opere come per esempio dei muri lungo il fiume, capaci di contenere l'eventuale piena, opere che costerebbero almeno 10 milioni di soldi pubblici.
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