«Lavorare tutti insieme per riformare l’Islam»

L’appello del consigliere comunale dell’Aquila Bouchaib Gamal: «Abbiamo ancora molto da fare per migliorare l’integrazione delle nostre comunità»
L'AQUILA. Quando Olena Yakymets, volontaria dell'Afipo, associazione femminile immigrate e pari opportunità, ha cominciato a girare casa per casa per insegnare la lingua italiana alle donne musulmane, aveva soltanto 7 “allieve”. Farsi aprire la porta, metaforicamente, e rompere il tabù che vuole, in alcune culture, la donna dedita alla casa e alla vita domestica, è stato complesso. Alla fine, però, c’è riuscita: le allieve del corso di lingua italiana (finanziato dal Comune dell'Aquila) sono diventate 37. Si ritrovavano in piccoli gruppi, ora a casa dell’una ora a casa dell’altra a seguire non solo lezioni di grammatica, ma anche a imparare il concetto di pari opportunità, scuola dell'obbligo, 118, centri antiviolenza, numeri delle forze dell'ordine. Uno di quei progetti capaci di rompere gli establishment delle comunità islamiche a partire dai soggetti più deboli, le donne, spesso vittime di «tre tipi di retaggio: maschile, religioso ed economico», che il consigliere straniero dell'Aquila, Bouchaib Gamal, moltiplicherebbe all'ennesima potenza per «emancipare le comunità musulmane in Abruzzo». Una comunità di 22mila persone tra regolari (15mila) e irregolari, provenienti la maggior parte dal Marocco, poi dalla Macedonia, dall'Albania, dall'India, dal Pakistan e dall'Egitto. Dopo gli attacchi terroristici avvenuti esattamente un mese fa a Parigi con 130 morti, Gamal lancia un appello a tutti i musulmani presenti in regione, ai loro imam, dall’Aquila a Luco dei Marsi, fino a Martinsicuro, Montesilvano, Pescara, a lavorare insieme, con atti concreti, a una «riforma dell’Islam europeo e italiano per combattere l'integralismo». Come? Si potrebbe organizzare una sorta di «stati generali dell’Islam in Abruzzo, regione che conta oggi 17 piccole moschee. Bisogna che i musulmani che vivono in Italia cambino atteggiamento, condividendo senza timori le regole del codice civile e i valori della Costituzione».
E’ arrivato, per l'Islam, il momento di «autoripensarsi» e schierarsi con più forza contro il terrorismo: troppo tiepide, per Gamal, le risposte delle comunità islamiche abruzzesi agli attentati. Non basta giurare sul passaporto e poi si maltrattano le proprie donne oppure si impedisce loro di andare a lavorare. Gamal è stato fino a pochi anni fa componente, insieme ad altre 17 esponenti professionisti e intellettuali islamici italiani, del comitato dell’Islam italiano al Viminale voluto dall'allora ministro dell'Interno (vale forse la pena sottolineare: leghista) Roberto Maroni per «migliorare l’integrazione delle comunità musulmane nella società nazionale».
Come può la comunità islamica locale contribuire a combattere il terrorismo?
«La mia idea è che il terrorismo deve essere combattuto diversamente. Deve muoversi direttamente la comunità islamica. La coscienza collettiva della comunità europea e italiana oggi è impaurita. Ognuno di noi non deve accontentarsi di dire “io sono musulmano, ma non sono terrorista”. Per combattere l'integralismo la comunità islamica deve riprendersi l'Islam, dimostrarlo con azioni concrete. Sappiamo bene che non si può praticare la poligamia in un Paese come l’Italia dove è reato ad esempio. Non serve più dire che il Corano e la religione islamica danno lo stesso diritto all'uomo e alla donna, allora non vedo perché nell'eredità alla donna va un terzo e l'uomo due terzi dei beni divisi».
Che cosa vuol dire “riprendersi l'islam”?
«Oggi l'Islam ha bisogno di una riforma, specie quello europeo, quello che riguarda persone che vivono qui e dovrebbero condividere i nostri valori. Ci sono comunità che hanno retaggi culturali più di altre, differenze riscontrabili da moschea a moschea. Ad esempio all'Aquila, quella di Bazzano ha un livello culturale più basso, quella di via Cachi è invece frequentata nella preghiera da una quarantina di musulmani tutti professionisti. Cominciamo con delle manifestazioni, come la bellissima festa dell'Indipendenza dell'Albania che è stata da poco festeggiata».
Di chi è questa responsabilita’ di cambiamento e di apertura?
«E' appannaggio di chi governa il culto. Dell'Imam, “colui che sta davanti”, che guida le masse. La riforma dell'Islam deve riguardare anche gli Imam e i luoghi di culto. La legge italiana ad esempio riconosce solo il ministro di culto e non l'imam: vogliamo adeguarci? Quali sono, poi, i progetti che si fanno dentro le comunità? Non basta una dichiarazione di intenti. Iniziamo a togliere le schegge impazzite dentro all'Islam».
A che cosa si riferiva quando ha parlato di trasparenza dei fondi?
«Nel 2012 con il gruppo del Comitato dell'Islam italiano al Viminale abbiamo redatto uno studio che ci è costato due anni di lavoro, lasciato chiuso nei cassetti: comprendeva le linee guida della riforma di un Islam moderato, con uno statuto dei luoghi di culto per ottenere una maggiore trasparenza dei soldi che vi transitano: ad esempio l’elemosina del venerdì, “zakat”, non è tracciata. Quanto si paga di affitto nelle moschee? Da dove arrivano i soldi? Gli imam potrebbero ad esempio, inviare il testo della preghiera nella lingua d'origine e in italiano anche alla Prefettura. E il fatto che per aprire le moschee basti un'associazione culturale no-profit fa riflettere. In Italia non esiste uno statuto dei luoghi di preghiera, su cui stava lavorando il comitato. Riforma che deve includere anche un albo degli imam: dobbiamo sapere chi sono, da dove vengono, quale sia la loro formazione religiosa, se salafita o wahabita (la più radicale, ndr). Deve aiutarci chi governa. L’arrivo del governo Monti ha fermato parecchi sforzi in tal senso».
In tutto questo, come affrontare l'integrazione?
«A me interessano i soggetti deboli, coloro che come le donne restano chiuse in casa, è lì che devo fare la differenza. Bisogna incentivare, poi, politiche sul disagio giovanile. Vogliamo cominciare a guardare ai nostri giovani smettendo di inculcare loro soltanto versetti coranici? Ai giovani serve anche l'insegnamento della Costituzione, delle leggi italiane e delle pari opportunità. Ma dobbiamo anche contrastare chi non manda i figli a scuola. L'atteggiamento di chiusura verso i valori del Paese che ci ospita sul piano costituzionale non si può più accettare».
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