Lavoro, l’agricoltura bio e di nicchia conquista i giovani

21 Luglio 2014

Aumentano le iscrizioni alla facoltà di Agraria Stage di studenti universitari nell’azienda Terre del Tirino

L’AQUILA. I giovani scoprono l’agricoltura e la vanno a studiare all’università. Con seminari sul campo, in aziende agricole dove imparano a riconoscere il grano solina (il grano dei poveri che nessuno coltiva più), le fragoline di bosco e il legume cicerchia, prendendo dimestichezza con le tecniche moderne dell’agricoltura biologica, seguendo i ritmi e i tempi della natura. Come facevano i nostri nonni, fino a una quarantina d’anni fa, seguendo il ritmo del sole e delle stagioni, alternando le colture per arricchire il terreno, concimando con gli stessi prodotti della terra senza uso di prodotti chimici, dannosi per l’ambiente e per la salute. Riposando al tramonto e svegliandosi all’alba.

Carlotta Ilari è una di loro. Vent’anni, originaria di Fabriano, dove si è diplomata al Classico, è stata ospite per tre giorni dell’azienda agricola “Terre del Tirino” di Alfonso D’Alfonso, insieme ad altri 30 studenti del corso di Scienze forestali e ambientali della facoltà di Agraria dell’università Politecnica delle Marche di Ancona. Un’esperienza che ha consolidato in lei la convinzione che il futuro è nella natura, nell’ambiente. «Penso a un futuro lavoro nel campo forestale», spiega Carlotta, «o nell’ambito della tutela dei Parchi, di cui il nostro Paese è ricco. Ma non nascondo che comincio a interessarmi anche al mondo aziendale agricolo. In questi tre giorni sul Tirino, mi ha colpito la sensazione di tranquillità, il profumo del bosco è eccezionale». Carlotta e i suoi colleghi di corso hanno frequentato l’azienda agricola biologica sul Tirino sotto la guida di Nunzio Isidoro e Marina Allegrezza, docenti del corso di Scienze e tecnologie agrarie ad Ancona. Per tre giorni hanno conosciuto - sotto la regìa del Centro di educazione ambientale “Il Bosso”, che ha sede a Bussi, gestito da Paolo Setta - l’ecosistema intorno al fiume Tirino, all’interno del Parco nazionale del Gran Sasso e della campagna di Capestrano.

Tre le attività che i futuri agronomi, agricoltori e biologhi – tutti ventenni iscritti al primo anno di università – hanno svolto nell’azienda. Hanno attraversato un tratto del Tirino a bordo di una canoa per osservare gli ecosistemi acquatici, «che ci hanno permesso di riconoscere la tipologia di piante e di fauna che si affaccia sul Tirino», racconta la ragazza. Hanno verificato lo stato delle acque con campionamenti per analizzare micro a macro invertebrati in acqua. Infine, hanno fatto un percorso in bici lungo il fiume visitando le aziende presenti, gli allevamenti di trota e confrontandosi con le problematiche dell’impatto ambientale degli allevamenti sul territorio, infine un’escursione sul Monte Camicia per scoprire le caratteristiche della flora. «Cresce anno dopo anno il numero dei ragazzi iscritti ai corsi di studio in materie agrarie e forestali nelle facoltà italiane», spiega Isidoro. Un trend evidente già nelle scuole secondarie superiori dove, secondo Coldiretti, il 24 per cento degli iscritti al primo anno delle scuole tecniche e professionali ha scelto, per l’anno scolastico 2014/2015, un indirizzo legato all’agricoltura e all’enogastronomia. «Nelle facoltà agrarie assistiamo a un incremento di studenti ogni anno, con ragazzi che arrivano anche da diverse esperienze di studio: non solo istituti agrari, ma anche dal Classico e dallo Scientifico. C’è una generale rivalutazione dell'agroalimentare e dell’ambiente spinta anche dalla crisi», prosegue il professore. Ad attirare i giovani studenti è l’idea di poter costruire un futuro lavorativo solido, in un settore, l’agricoltura biologica, che mette insieme salute, produttività e guadagni. Ad agevolare la scelta è la riscoperta dei nostri prodotti e colture perdute anche all’estero: la solina, grano tipico di quest’area, il farro, legumi come la cicerchia, i ceci e i fagioli, anch’essi tipici della valle del Tirino, da coltivare in modo biologico ma con tecniche innovative. Il problema, semmai, è trovare una filiera di vendita e di tutela di questi prodotti che permetta loro di non uscire dal mercato, essendo i prezzi ancora piuttosto alti.

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