«Lavoro, le cause sono sempre più complesse»

9 Dicembre 2017

Parla il giudice Santini della corte d’Appello: « Abruzzo fuori dalla logica assistenzialista» 

L’AQUILA. Dalla legge Biagi al protocollo del welfare, dalla riforma Fornero al Jobs Act: le nuove regole hanno cambiato il diritto del lavoro ridisegnando i contorni di un sistema teso alla flessibilità che sempre più di frequente diventa materia di controversia giudiziaria.
Luigi Santini, 54 anni, aquilano, sposato con una figlia, una grande passione per chitarra e una band rock nel tempo libero, – «quel poco che resta» precisa – dal 2012 è consigliere della sezione lavoro della Corte d’appello dell’Aquila. Dopo una prima esperienza come magistrato di sorveglianza di Pescara, dal 1998 è giudice del lavoro: a Teramo fino al 2012 (prima come pretore e poi come giudice del lavoro), infine all’Aquila.
Dall’articolo 18 versione Fornero al Jobs Act: come è cambiato in questi anni il diritto del lavoro e come la crisi lo ha modificato?
«Il diritto del lavoro è figlio del tempo in cui si vive. Mano a mano siamo passati da un sistema con regole rigide, soprattutto poste a tutela della parte più debole del rapporto, ad un sistema che è risultato sempre più improntato a criteri di flessibilità finalizzati, in tempi di crisi, anche a tenere in debita considerazione le esigenze datoriali. E questo nell’interesse di tutti, anche del lavoratore. In un periodo di crisi, l’applicazione delle stesse regole rigide (in particolare della tutela reintegratoria “piena”) che c’erano prima della legge Fornero avrebbe inevitabilmente comportato una minore predisposizione degli imprenditori ad assumere o, ancora peggio, avrebbe comportato la chiusura di realtà imprenditoriali in difficoltà, con pregiudizio anche dei lavoratori ivi occupati. Adesso il legislatore cerca nuovi equilibri, provando a contemperare le esigenze degli uni e degli altri. Tutto è influenzato dal momento storico caratterizzato da una fase di recessione in cui le tutele del lavoratore devono fare i conti con le difficoltà delle imprese che non sempre sono in condizione di poterle assicurare».
Ma poi l’equilibrio nei casi concreti come si raggiunge?
«Lo Statuto dei lavoratori è nato in un altro momento storico in cui si poteva pensare di garantire maggiormente il lavoratore. Pensiamo all’articolo 18: prima della legge Fornero ogni caso di illegittimità del licenziamento assistito da tutela reale (cioè per imprese sopra i 15 dipendenti) veniva sanzionato con una tutela reintegratoria “piena” che comportava, in caso di annullamento del licenziamento, l’obbligo del datore di lavoro, anche a distanza di molti anni dal recesso, di dover reintegrare il lavoratore, versandogli tutte le mensilità globali di fatto maturate dalla data del licenziamento sino al reintegro. Si determinava così una sovraesposizione del datore del lavoro che rispondeva anche per i ritardi della giustizia o del lavoratore stesso (che spesso impugnava il licenziamento anche a distanza di tempo). Il che induceva i datori di lavoro a mantenersi entro il limite dei 15 dipendenti. Ora si cerca un nuovo equilibrio, da un lato imponendo al lavoratore di ricorrere al giudice entro un periodo di tempo ben delimitato e, dall’altro, con la legge Fornero, e ancora più con il Jobs Act, graduando il trattamento sanzionatorio e riservando la tutela reintegratoria piena solo ai casi limite di licenziamento nullo o discriminatorio».
Vista dal suo osservatorio di giudice del lavoro l’Abruzzo è più regione del sud o regione del nord?
«Quando ho iniziato come giudice del lavoro (fine anni 90) era sicuramente più una regione meridionale, con un vastissimo contenzioso in materia assistenziale ed in tema di sgravi contributivi. Eravamo considerati una regione da assistere a livello contributivo e questo aveva scatenato un vasto contenzioso perchè non era infrequente che alcune imprese avessero fruito di sgravi in modo indebito. Oggi non mi sembra più così. Siamo ormai fuori da una logica assistenzialista, quindi più vicini ad una realtà tendenzialmente centro-settentrionale. Anche in materia di previdenza, la dimensione del contenzioso è numericamente in fase di contrazione rispetto ai numeri di una decina di anni fa».
In che modo in questi anni in Abruzzo è aumentato il ricorso sui temi del lavoro?
«Sono aumentati la tipologia ed il livello di difficoltà delle controversie di lavoro. Prima la causa di lavoro rispondeva a canoni circoscritti ed a standard ben precisi (impugnative di licenziamento, cause per differenze retributive, mansioni superiori, risarcimento danni). Oggi si sono affiancate una serie di controversie di altro tipo in materia di pubblico impiego, di contratti flessibili, di risarcimento del danno da mobbing e demansionamento, ed altro. E’ aumentato il livello di incidenza delle fonti sovranazionali sulle decisioni del giudice interno, soprattutto in materia di precariato. Anche per le impugnative di licenziamento, l’introduzione del rito Fornero, con il primo grado di giudizio distinto in due fasi , ha comportato l’insorgenza di problemi processuali nuovi e spesso di difficile soluzione».
I tempi lunghi della giustizia sono spesso considerati ostacoli insormontabili per le società straniere che potrebbero investire in Italia. Lei cosa pensa di questo?
«Non vi è dubbio che la risposta della giustizia dovrebbe essere più celere. Ma il messaggio che spesso si vuole far passare è che ciò sia causato da una scarsa produttività dei giudici italiani. Il che è falso. I giudici italiani sono tra i più produttivi d’Europa, statistiche alla mano, ma spesso devono far fronte ad un arretrato stratificato che si è formato nel tempo e che è impensabile poter smaltire da un giorno all’altro, soprattutto in una situazione di carenza di strutture e personale quale quella attuale, cui sino ad oggi non è stata data una risposta concreta. E non va dimenticata la particolare complessità delle questioni che spesso il giudice del lavoro deve dirimere a fronte di una legislazione molto stratificata e spesso di difficile interpretazione».
La situazione alla sezione lavoro della Corte d’appello dell’Aquila qual è?
«Per quanto riguarda la situazione della sezione lavoro della Corte d’appello dell’Aquila, dove ogni consigliere introita mediamente circa 250-300 procedimenti l’anno, ci stiamo avviando a decidere le controversie quasi in tempo reale, con un tempo medio di durata delle cause in appello di circa sessanta giorni per i reclami ex legge Fornero, di circa sei mesi per i licenziamenti da trattare con rito lavoro e di circa 10 mesi per le cause ordinarie. Le sentenze, che nella stragrande maggioranza dei casi vengono emesse con motivazione contestuale il giorno stesso dell’udienza grazie alle nuove funzionalità del processo civile telematico e ad una serie di indovinate best practices adottate dalla sezione (in particolare la pre-camera di consiglio virtuale tramite e-mail), vengono trasmesse alle parti il giorno stesso del l’udienza. L’avvocato che la mattina ha discusso la causa, la sera stessa trova nella sua casella Pec la sentenza munita di motivazione».
Il giudice del lavoro non è il giudice dei grandi processi penali, quelli che finiscono sulle pagine dei giornali o nei salotti televisivi. Ma è sicuramente un magistrato che ogni giorno tocca con mano la vita quotidiana della gente. C’è qualche procedimento che ricorda in particolare?
«In effetti i processi penali possiedono spesso una ben maggiore valenza mediatica. Ma, pur se il giudice del lavoro si trova normalmente a dover decidere una miriade di controversie su questioni della vita di tutti i giorni (dalla corresponsione di qualche mensilità di retribuzione alla perdita di un posto di lavoro), anche le cause di lavoro non sono tutte uguali. Tra le controversie che ho deciso, mi vengono in mente una fattispecie di mobbing di una dipendente di un ente locale che ritenni di accogliere sulla base di una motivazione incentrata per la prima volta sulla metodica elaborata dallo studioso Harald Ege e fondata su sette rigidi parametri ben definiti, che ho avuto la soddisfazione di vedere recepita dalla successiva giurisprudenza della Suprema Corte. In realtà, in quasi venti anni di magistratura del lavoro, di casi meritevoli di attenzione, per un verso o per l’altro, ne ho trattati tanti. E forse, alla fine dei conti, il caso più interessante da approfondire, si dice, è sempre il prossimo».
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