«Le avevo avvisate subito di non rivelare nulla»

14 Maggio 2015

Intervista del Centro al presidente Romandini accusato da due giudici non togati «Sono sconcertato. Chi ha violato il segreto ora se ne assume le responsabilità»

CHIETI. Il suo volto non tradisce alcun segno di preoccupazione. Camillo Romandini, il presidente della Corte d’Assise che ha assolto tutti per il caso Bussi, sembra più indignato che altro. Esce dall’aula a pian terreno del tribunale civile di via Arniense che sono da poco passate le 11,30. E’ un momento di pausa tra un processo e l’altro. Da presidente della sezione civile, era stato incaricato per il processo di Bussi dopo la ricusazione del presidente del tribunale, Geremia Spiniello. Ma due donne, giudici non togati, ora accusano lui, Romandini, di presunte pressioni sulla giuria popolare per arrivare all’assoluzione. No comment, dice d’acchito il presidente. Subito dopo però decide di rispondere ma guardandosi bene dall’entrare nel merito.

Giudice ha letto le dichiarazioni dei due magistrati non togati che la tirano in ballo?

«Sì e posso solo dire che sono sconcertato. A dir poco sconcertato. Un giornalista del Fatto mi ha contattato telefonicamente ieri sera, alle 10,30, per avvisarmi dell’articolo».

Come commenta le pesanti affermazioni di quelle due donne? Ha deciso di prendere provvedimenti nei loro confronti?

«Chi ha violato il segreto delle camera di consiglio se ne assume le responsabilità in tutti i sensi».

Significa che saranno denunciate per rivelazione di segreto d’ufficio o altro reato?

«Io avevo avvisato tutti e subito, prima del processo, che non avrebbero dovuto rivelare nulla di quanto sarebbe stato detto in camera di consiglio».

Ma lei sa chi può essere stato a fare quelle dichiarazioni molto pesanti?

«No, vedremo però chi le ha fatte. Per ora a parlare sono due persone anonime. Ma chi fa certe dichiarazioni deve poi saperle anche motivare».

Dalle sue parole sembra di capire che tutto potrebbe finire con una diffamazione oppure con una violazione di segreto d’ufficio.

«Lei che cosa ne pensa? Ora però la saluto, torno in aula».