«Le sentenze fanno capire ma non risanano le ferite»
Il sostituto procuratore della DDA dell’Aquila: «Il processo penale è un ibrido E non sempre le norme sono in linea con i cambiamenti sociali e scientifici»
TERAMO. Il caso della Grandi Rischi, con la sentenza d’appello che ha ribaltato quella di condanna di primo grado, ha suonato la campana per chi da un processo pretenderebbe la risposta più conforme alle aspettative sociali o più adesiva al livello di gradimento ritenuto socialmente accettabile per le decisioni giudiziarie. E se Luigi Ferrajoli, uno dei massimi filosofi italiani del diritto, scrive che «bisogna sempre avere la consapevolezza del carattere relativo e incerto della verità processuale», quando le sentenze declinano le vite di uomini e donne i tecnicismi giuridici non sempre bastano a spiegare il perchè di tali scelte. Le assoluzioni Montedison di Bussi con il caso esploso dopo le recenti dichiarazioni di due giudici popolari e i vent’anni di condanna definitiva a Salvatore Parolisi per l’omicidio della moglie Melania Rea irrompono per forza propria.
David Mancini, da circa 20 anni in magistratura, attualmente sostituto procuratore della distrettuale antimafia dell’Aquila con decine di inchieste sulla ricostruzione post-sisma, è da sempre un pm in prima linea. Attento studioso dei crimini transnazionali, dalla sua attività sono nati tanti protocolli che dettano linee di azione sul fenomeno della tratta. Attualmente è componente della giunta distrettuale dell’Anm.
La sentenza d’appello della Grandi Rischi ha sollevato polemiche e proteste, ma nei palazzi di giustizia tutti i giorni clamorose assoluzioni o pesanti condanne diventano casi perchè dai processi la gente si aspetta tanto. Cosa succede?
«Nel processo penale l'asse dell'aspettativa si è spostato. Dal processo ci si aspetta di più, ma il giudice può dare sentenze e non massime di vita. Se si comprende questo si eviterà di aggredirlo e di insultarlo. Per il caso della Grandi Rischi qualunque sarà l'esito del processo in itinere e a prescindere dal merito, la collettività cosa si attende? Si attende che possa operare un risanamento delle ferite di un territorio lacerato e che dopo sei anni continua a vivere ogni giorno questo dramma? Se si attende questo qualunque esito non sarà soddisfacente. Il giudice non ti può dare delle risposte risolutive dei problemi sociali o dei drammi umani, ma ti può aiutare a comprendere, a capire, tramite la lente del processo, quello che è accaduto e se vi sono responsabilità di singoli. Bisogna comprendere cosa ci si aspetta dalla giurisdizione. Ma quello che in questi anni è stato fatto dai magistrati dell'Aquila per capire se fosse stato colpa dell'uomo o della natura non era stato fatto per altri eventi sismici verificatisi in questo Paese».
Oggi, forse più che nel passato, si assiste a impianti accusatori che vengono completamente demoliti nei vari gradi di giudizio. Perchè le prove raccolte durante le indagini preliminari non sempre reggono nel dibattimento?
«Non sempre avviene questo. Intanto e per fortuna c'è l'obbligatorietà dell'azione penale che rappresenta una garanzia per i cittadini. Il problema sta nel punto d'incontro tra una efficiente e completa azione di indagine e la complessità del processo penale pieno di sovrastrutture e di norme che si sono affastellate nel tempo per esigenze occasionali o singole emergenze, spesso non ispirate da una visione organica e razionale. In questi ultimi decenni ci sono state diverse commissioni ministeriali di giuristi che hanno studiato nuovi impianti processuali per dare maggiore modernità ed efficienza al processo penale, ma sono rimaste inascoltate. Nel processo penale spesso prevalgono formalità bizantine introdotte sulla scorta di singole emergenze. Nel concreto ci si rende conto ogni giorno che questa visione non programmata del processo penale, in una società che chiede risposte, è un ostacolo al fluido svolgimento del rito processuale accusatorio. Dopo il 1989, con la riforma del codice Vassalli e soprattutto con le innumerevoli modifiche disorganiche degli anni successivi, con lo scarso uso delle innovazioni tecnologiche, il processo penale è diventato un ibrido, un soggetto mutante, un soggetto geneticamente modificato. Poi, c'è una problematica sostanziale: da un lato si cerca - a volte con successo, a volte no - di valutare i fatti alla luce delle moderne interpretazioni della realtà, ma non sempre le norme a disposizione sono adeguate ed in linea con i cambiamenti sociali e scientifici».
L’uso delle intercettazioni è una continua fonte di polemiche e di scontri politici, con bozze di provvedimenti legislativi che si susseguono ormai da anni. Quale dovrebbe essere il loro utilizzo?
«Occorre fare uno sforzo per capire le cose. Le intercettazioni sono uno strumento indispensabile per le indagini, soprattutto per reati di mafia e corruzione. E' ovvio che anche il diritto alla riservatezza deve ricevere idonea garanzia. Per questo è opportuno riflettere su possibili norme che prevedano specifici strumenti processuali per evitare la divulgazione di fatti totalmente irrilevanti rispetto alle indagini, senza indebolire lo strumento investigativo. Ma credo che, comunque, l'argomento si presterà sempre a discussione».
Esiste un problema di terzietà del giudice?
«Non è questo il problema attuale della giustizia penale. Esiste un problema di dotazioni di personale amministrativo che sono ridotte al minimo; esiste un problema di personale amministrativo che non viene riqualificato da 20 anni; esiste un problema di inadeguatezza di risorse tecnologiche, di mancate riforme tese a rendere più rapido il processo ed esiste un problema di sovraccarico di lavoro sul processo penale: qui si scaricano composizioni di conflitti che spesso dovrebbero essere risolti in altro modo. Ma su questo ci dovrebbe essere un serio piano di depenalizzazione. Tornando alla domanda, è vero che le carriere non sono formalmente separate, ma vi sono enormi limitazioni al passaggio di funzioni e poi la professionalità di inquirenti e giudicanti non si calcola dal saluto nei corridoi. Questa è solo buona educazione».
La responsabilità civile dei magistrati ha scatenato polemiche a non finire, ma in questo modo l’Italia si adegua alle normative comunitarie.
«La posizione dell'Anm è chiara. L'Europa non ha chiesto questa legge, ha indicato agli stati membri l'obbligo di garantire una equa compensazione per le persone che avessero subito dei torti giudiziari. L'Europa non ha mai parlato di responsabilità civile diretta dei magistrati. Resta un problema serio la mancanza di un filtro alle iniziative in tema di responsabilità. Si rischiano interferenze che minano la serenità di un magistrato mentre sta operando. E' come un medico che durante una diagnosi, un'adeguata terapia farmacologica o un'operazione si ritrova con una denuncia dei familiari mentre è ancora con il bisturi in mano. Bisogna porre dei correttivi».
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