«Liste di attesa? Non c’è organizzazione»

I medici di famiglia chiedono la gestione dei codici bianchi e i collegamenti con i Cup. «Disposti anche a lavorare di sabato»
PESCARA. «È il solito vecchio e collaudato capro espiatorio: il medico di famiglia. Ormai siamo abituati a queste ridicole giustificazioni per coprire inefficienze e incapacità gestionali e organizzative». I medici di famiglia non ci stanno ad essere additati dalla politica come i responsabili principali delle lunghe file di attesa ai Cup (Centro unici di prenotazione) e Pronto soccorso. E replicano per le rime imputando, a chi deve organizzare la Sanità regionale, i disservizi e ed i disagi dei cittadini-pazienti.
Non si era mai vista una risposta così compatta: sono ben quattro le sigle sindacali dei medici del territorio che prendono spunto dalle dichiarazioni sul Centro del governatore Luciano D’Alfonso («i medici di medicina generale ed i pediatri di libera scelta non si impegnano al rispetto dei protocolli predisposti dalle società scientifiche, i quali stabiliscono i tempi entro cui è inopportuna la ripetitività degli esami diagnostici. La loro eccessiva frequenza è spesso dannosa o inutile e costosa») per fare proposte e sollecitare un confronto costruttivo «e non scaricare responsabilità».
Quali proposte? La riattivazione della gestione dei codici bianchi (i casi non urgenti) direttamente negli ambulatori, il collegamento degli ambulatori con i Cup in modo da poter effettuare le prenotazioni delle visite (servizio questo tolto da Regione e Asl). «E siamo anche disponibili a restare aperti di sabato se questo può essere utile ai fini dello smaltimento delle file», afferma Silvio Basile dello Smi (sindacato medici). Al suo fianco ci sono Giuseppe Squinzi del Simet, Giancarlo Rossetti della Fimmg e Nicola Grimaldi dello Snami. «Il problema», dicono, «è che non essendoci una appropriatezza organizzativa il sistema non è in grado di far fronte alle richieste e le liste si allungano. Chi ha responsabilità deve dimensionare i servizi in modo da poter dare una risposta alla domanda appropriata dal punto di vista clinico in tempi decenti».
Per spiegare meglio riportano l’esempio della Senologia di Ortona dove la lista di attesa è di oltre un anno malgrado l'abnegazione e la disponibilità del personale. «E' normale», spiegano, «che le donne si rivolgano a strutture di eccellenza, anche in questo caso è compito dei decisori garantire a quella struttura risorse strumentali e di personale adeguate per rispondere alla domanda che vi affluisce, invece si vuole ridimensionare la struttura chiudendo anche il punto nascita seguendo criteri esclusivamente economici, ignorando la equità all'accesso alle cure da parte di tutti i cittadini abruzzesi indipendentemente da dove risiedino».
Esempio numero 2: «Sarebbe compito degli screening oncologici garantire alle donne abruzzesi una mammografia ogni due anni. Purtroppo conosciamo tutti i risultati disastrosi della organizzazione degli screening oncologici in Abruzzo e di quanto in termini di dolore le donne stanno pagando senza che alcuno sia chiamato a rispondere di tutte queste morti evitabili».
Ciò che i medici lanciano è infine una sorta di sfida. Perché, dicono, loro sono pronti per i nuovi Lea (livelli essenziali di assistenza), «ma si può dire lo stesso per "l'organizzazione"?».
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