Madri italiane: povere, disoccupate e malpagate

Nello studio di Openpolis il nostro Paese si posiziona terzo nell'umiliante classifica delle cinque nazioni europee che registrano un aumento del divario salariale di genere
ROMA. L’Italia si posiziona terza nell’umiliante classifica dei soli 5 paesi europei che registrano un aumento del divario salariale di genere. Ma non basta. Sempre nel confronto europeo, il numero delle donne italiane lavoratrici con un solo figlio impallidisce al cospetto di quello delle omologhe europee che devono destreggiarsi tra il lavoro e ben tre figli a carico. A documentarlo è uno studio dell’associazione Openpolis secondo cui in crescita è anche il numero delle donne italiane che non possono permettersi un paniere di beni che l’Istat considera minimo per mantenere un tenore di vita accettabile.
DISCRIMINAZIONE DI GENERE. Secondo i dati raccolti dall’Associazione, tra il 2007 e il 2014 il gender pay gap, la differenza tra il salario medio orario maschile e femminile, è aumentato in 5 Paesi Europei, tra cui l’Italia, e diminuito in tutti gli altri. La classifica dei peggiori vede al primo posto il Portogallo, che ha registrato un aumento di 6 punti. Segue la Lettonia, con +1,6, l’Italia, +1,4, la Bulgaia, +1,3, e la Spagna, + 0,7. I paesi dell’eurozona che hanno, invece, registrato il maggiore assottigliamento del divario salariale di genere sono Cipro, che vede una diminuzione di ben 6,6 punti, la Polonia e la Lituania, icui gender pay gap si attestano rispettivamente a -7,2, e a -7,8.
POVERE DONNE. Oltre al gender pay gap, l’Italia vede aumentare anche il numero delle donne che, non riuscendo a mantenere un tenore di vita accettabile, vive in povertà assoluta. Dati alla mano, infatti, nel 2005 le donne italiane indigenti erano il 3,5%. Dopo un lieve calo nel 2006 il dato è continuato a crescere sino ad arrivare al 4% nel 2009 e al 7% nel 2013. Percentuale, quest’ultima, cui si attesta ancora oggi. Si tratta di dati simili o leggermente superiori a quelli della povertà assoluta dell’intera popolazione ad eccezione di quelli registrati negli anni della crisi, 2013-2015, durante i quali la percentuale di povertà dell’intera popolazione superava quella femminile.
MADRI DISOCCUPATE. Sul dato relativo alla povertà delle donne italiane non può che incidere la difficoltà da esse incontrata nell’accedere al mercato del lavoro perché madri. Secondo lo studio dell’Associazione, il numero delle donne europee lavoratrici con tre figli supera quello delle omologhe italiane che ne hanno uno soltanto. Nel nostro Paese, infatti, solo il 56,7% delle donne con un figlio è impiegata. In Danimarca sono addirittura l’81,5% e rispetto alle italiane hanno altri due figli a carico. Lo stesso vale per la Slovenia, dove lavora il 79% delle madri con tre figli, per la Svezia (78,1%) e per altri undici Stati Europei.
DIRITTO D’ASILO. Su questi dati pesano le scarse politiche volte alla promozione del lavoro femminile. Quali quelle dirette a diminuire i costi di iscrizione agli asili nido oppure ad incrementare tali strutture. Emblematico, in tal senso, è il rapporto tra la quota di bambini tra 0 e 2 anni presenti nei comuni italiani che offrono il servizio di asilo nido e quella relativa a quelli effettivamente iscritti. Se, infatti, nel 2012 la prima si attestava quasi all’80%, la seconda non arrivava al 12%.
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