Massimo Oddo: Berlino, le lacrime per il Pescara e l’amore per i miei figli: «Si impara dalle sconfitte, da bambino non dicevo “voglio fare il calciatore”, studiavo sempre»

Questa sera ore 20.25 su Rete8 il campione del mondo si racconta a Pietro Lambertini. (regia di Antonio D’Ottavio).
Dalle partite giocate di mattina sui campi della Renato Curi, a Città Sant’Angelo, fino alla notte di Berlino 2006 con la Coppa del mondo tra le mani. In mezzo, Lazio, Milan, Bayern Monaco, la panchina del Pescara. Massimo Oddo, 50 anni, pescarese, è il protagonista della settima puntata di “8 Interviste al tramonto”, stasera alle ore 20.25 su Rete8 (regia di Antonio D’Ottavio).
Lei è più un tipo da alba o da tramonto?
«Sono più mattutino. Amo svegliarmi presto, vivere appieno la giornata fin dalle prime ore e godermela tutta, per poi andare a dormire presto. Sono più per la parte sportiva, quindi mi godo appieno il giorno».
Venti anni fa, in questi giorni, come stava?
«Si stava bene, era appena finito il Mondiale. Avevamo appena vinto il campionato del Mondo, che è la massima aspirazione per un calciatore a livello di Nazionale. Rappresenti la tua nazione e alzare al cielo la Coppa del Mondo, è qualcosa di quasi inspiegabile. L’emozione è forte e rimane nel tempo. Probabilmente, ti rendi conto appieno di tutto quello che è stato fatto non tanto in quei giorni, ma nei giorni e negli anni successivi».
E qual è il ricordo che si porta sempre dietro del Mondiale 2006?
«I ricordi sono tantissimi. Probabilmente l’immagine più forte è l’esatto momento in cui Fabio Grosso ha segnato l’ultimo rigore e tutti quanti correvamo a destra e a sinistra senza una precisa direzione, cercando un compagno da abbracciare».
Era un anno particolare: ma all’inizio voi calciatori ci pensavate davvero che alla fine avreste potuto vincere il Mondiale?
«Assolutamente sì, perché ovviamente eravamo l’Italia: una squadra forte e competitiva che poteva giocarsi le sue carte fino alla fine. Quell’anno siamo stati parecchio fortunati a livello di gruppo e di coincidenze. Ci fu il caso di Calciopoli, una brutta situazione in cui i calciatori – pur essendo gli attori principali – probabilmente non c’entravano niente. Tuttavia, proprio per questo ruolo, siamo rientrati nel caos che si era creato. Probabilmente quella è stata la molla che ha fatto scattare dentro ognuno di noi la voglia di dimostrare che tutto quello che potevamo ottenere sul campo lo facevamo con le nostre forze. C’è stata veramente una coesione di gruppo che negli sport di squadra è fondamentale. La nostra vera grande forza quell’anno fu il gruppo: solido, sano, fatto di gente che remava tutta verso un unico obiettivo. Volevamo vincere e, soprattutto, dimostrare che ciò che riuscivamo a compiere lo facevamo solo ed esclusivamente sul campo».
E se dovesse eleggere tre eroi che più di tutti hanno portato alla conquista del Mondiale, chi sarebbero secondo lei?
«È difficile, perché ognuno ci ha messo del suo».
Ho detto tre...
«Sì, ma io non metto tre persone fisiche: metto il gruppo, il popolo e la bandiera italiana. Perché dietro a tutto questo c’eravamo noi, lo staff e la delegazione che hanno reso tutto ciò realizzabile».
Sentivate l’appoggio dell’Italia, la forza che arrivava?
«Erano altri tempi, non c’erano i social di oggi. Eravamo chiusi in ritiro, isolati, e quindi non percepivamo bene tutto quello che stavamo realizzando. Però ovviamente i messaggi e le voci arrivavano. Ci siamo resi conto veramente di quello che avevamo fatto solo al rientro in Italia. Non ci aspettavamo quel calore dal momento in cui siamo atterrati all’aeroporto fino al Circo Massimo».
C’è una canzone particolarmente romantica di Tommaso Paradiso in cui dice alla donna della sua vita: “Sei la Nazionale del 2006”. Un bel paragone, che dice?
«Beh sì, potrebbe essere definita come la perfezione, no? Quando sposi una donna è perché ritieni che sia la perfezione per te. Quindi, nel momento in cui la paragoni al Mondiale del 2006 vuol dire che è talmente bella che sei contento di averla con te».
Lei ha giocato in Serie A, ha vinto il Mondiale, ha realizzato praticamente i sogni dei bambini che cominciano a giocare a pallone guardando Holly e Benji. Lei da piccolo, quando ha cominciato a giocare a pallone, cosa sognava?
«Nulla. Ho iniziato a 5 anni e non avevo un sogno predefinito, pensavo solo ed esclusivamente a divertirmi. Mi piaceva il calcio e mi piaceva il pallone, ma non facevo solo quello: ero proiettato verso lo sport in generale, ne ho praticati tanti. Alla fine ho scelto il calcio, che era la mia passione più grande. Passione: questa è la parola più importante secondo me, quella che oggi si è un po’ persa, anche per la realtà sociale in cui viviamo. Prima non avevi tante distrazioni: avevi la scuola e i pomeriggi liberi per divertirti. Non c’erano PlayStation, social, telefonini o quant’altro. Era molto più facile invaghirsi di una passione e portarla avanti; oggi è molto più complesso. La mia passione era il calcio, ma l’ho quasi sempre vissuto come un hobby. Pensavo solo a divertirmi, senza un focus fisso o una meta precisa da raggiungere».
Lei non diceva da piccolo «voglio fare il calciatore»?
«No, “voglio fare il calciatore” no. Immaginavo e sognavo di poter calcare i campi di Serie A, ma non l’ho mai detto esplicitamente. Anche perché la mia educazione è stata impostata diversamente: al primo posto c’era lo studio, che era il mio “lavoro”, e il calcio era un hobby. Poi ovviamente, quando si arriva a un certo punto, si capisce che c’è la reale possibilità di fare qualcosa di concreto, costruttivo e importante. Allora, i valori incominciano a cambiare ed è successo il contrario: il calcio è diventato il mio lavoro e lo studio il mio hobby».
E quando ha capito che il calcio era tutta la sua vita e stavano cambiando un po’ i paradigmi?
«L’obiettivo più grande era quello di superare mentalmente i momenti difficili. Fortunatamente ci sono riuscito fino a quando ci sono state due o tre fasi della mia carriera in cui c’è stato un upgrade: il primo anno a Monza in Serie B, quando sono “esploso”; poi l’anno di Napoli e l’anno seguente in Serie B quando vincemmo il campionato. Vincere un campionato ed essere acquistato da una squadra di Serie A come l’Hellas Verona è stata una prima tappa veramente importante: lì ho pensato che un piccolo primo passo l’avevo compiuto».
Come si fa a non abbattersi nelle difficoltà e poi a ripartire, cercando di andare avanti e migliorarsi?
«L’aiuto della famiglia, la mentalità e il tuo carattere. Io dico sempre che nella vita uno degli aspetti più importanti è la testa, il cervello: inteso non come livello culturale, ma come mentalità. Ho conosciuto fior fiore di giocatori estremamente dotati di talento che hanno fatto ben poco. Al contrario, tantissimi giocatori con un livello di talento discreto o basso, grazie alla forza di volontà e di testa, sono arrivati a livelli altissimi. Questa è la dimostrazione che il talento è importante, ma va sostenuto, coltivato e “coccolato” dalla testa».
In tutta la sua carriera c'è una partita che vorrebbe rigiocare perché il risultato finale non le è piaciuto?
«Una? Ce ne sono tante, tutte quelle che ho perso. Ho avuto la fortuna di giocare con grandi campioni e grandi squadre, e di vincere tanto. Ma sono arrivato a fare quello che ho fatto passando attraverso le sconfitte, che sono tappe fondamentali e importantissime. Ho tre figli e insegno loro sempre a saper perdere: è la prima cosa. Nella vita dalle vittorie impari poco, mentre dalle sconfitte impari veramente tanto».
E cosa si impara dalle sconfitte?
«Si impara a rialzare la testa, si impara l’autocritica: cercare di capire dove si è sbagliato e dove si può migliorare, senza mai addossare le colpe agli altri, ma prendendosele in prima persona per poter crescere».
Invece c'è una partita che le è piaciuta così tanto da dire “la vorrei rifare”?
«Anche di quelle ce ne sono state tante. Diciamo che la partita più bella, spettacolare e ricordata tuttora è stata Milan-Manchester United in casa, vinta 3 a 0, era la semifinale di Champions League. Fu definita “la partita perfetta” perché facemmo una prestazione davvero straordinaria. Ce ne sono tantissime sia da calciatore sia da allenatore: mi piacerebbe tantissimo rigiocare la finale vinta con il Trapani e molte altre, perché sono soddisfazioni enormi che arrivano all’apice del percorso che stai facendo».
C’è una foto che mi ha sempre colpito tantissimo: lei in panchina a Pescara con gli occhi rossi, quasi in lacrime, perché il risultato in quel momento condannava la sua squadra. Cosa provava in quel momento?
«Era l’anno di Serie A. Provavo rabbia e frustrazione. C’è una grande differenza tra l’allenatore e il calciatore: da calciatore condividi i successi con compagni, staff e società. Quello dell’allenatore è un “mestiere a perdere”, perché quando vinci i meriti vanno soprattutto ai calciatori – ed è la verità – ma quando perdi il demerito è dell’allenatore. Quando le cose non vanno bene provi frustrazione, amplificata dal fatto che si trattava della panchina del Pescara, la squadra della mia città. Lì avevo mosso i primi passi ed eravamo riusciti ad arrivare in Serie A; in quel momento vedevo sfuggire un sogno. Io metto passione e amore in tutto quello che faccio, quindi quando non riesco a ottenere i risultati diventa abbastanza frustrante».
Quelle lacrime hanno fatto il giro d’Italia: non bisogna aver paura di piangere, che dice?
«No, parliamo di emotività, carattere e sensibilità. Ripeto: cerco di dare il massimo in tutto ciò che faccio nella vita, l’ho fatto da calciatore e lo faccio da allenatore. Si sbaglia – ho sbagliato tanto in entrambe le circostanze – ma lo si fa sempre cercando di dare il più possibile. A volte ci si riesce, altre no. Alla fine nessuno vince da solo: ci vuole una serie di circostanze che incastrano le cose per far sì che tutto vada bene e si raggiunga l’obiettivo».
Il prossimo 20 agosto, al porto turistico Marina di Pescara, lei sarà uno dei protagonisti dello spettacolo “Ultimo Banco Live”, organizzato dall’associazione Pescara Ergo Sum. Insieme a lei ci saranno Riccardo Scamarcio e Cinzia Leone: sarà un dialogo intergenerazionale tra adulti e studenti. Ma lei a scuola era un tipo da ultimo banco o da primo?
«Primo banco. Mi è sempre piaciuta la scuola, ho sempre studiato e l’ho portata avanti. Come dicevo prima, il mio “lavoro” era la scuola e l'hobby il calcio. Quando ho finito le superiori, la prima cosa che ho fatto è stata iscrivermi all’università perché volevo terminarla e non ero convinto che il calcio sarebbe stato il mio futuro. Dipendeva dall’istruzione e dalla mentalità date dalla mia famiglia. Poi, quando le cose nel calcio hanno iniziato ad andare bene, i tempi si sono ristretti e le difficoltà sono cresciute a causa degli impegni agonistici. Ho tralasciato un po’ l’università senza mai abbandonarla, finché l’ho ripresa e ho avuto la gioia di laurearmi lo stesso anno in cui ho smesso di giocare a calcio».
Quindi andava bene a scuola?
«Sì, andavo bene».
Suo padre non l’ha mai minacciata dicendo: «Non ti mando a calcio se non studi»?
«Sì che mi minacciava! Era una priorità per la mia famiglia, ma anche per la società in cui sono cresciuto, la Renato Curi di Pescara: una società gloriosa che ha vinto tanto, il cui segreto era l’educazione. Una delle priorità era andare bene a scuola: se andavi male non ti facevano allenare. Questo è stato un grande insegnamento».
E ai ragazzi che si troverà davanti a “Ultimo Banco Live” cosa dirà?
«Vorrei prima ascoltare cosa dicono loro per poi rispondere. Oggi è complicato entrare nella testa dei ragazzi, capire come vedono il mondo e il loro futuro. Mi piace prima ascoltare – sono uno che ascolta molto – per poi dare un consiglio o una direzione in base alla mia esperienza di vita».
Questa invece sembra una società che ascolta poco e parla tanto.
«Assolutamente sì, i tempi sono cambiati. Quando ero ragazzino, se sulla passerella del mare incrociavo un adulto, mi spostavo per farlo passare. Oggi questo non c’è più, ed è una cosa grave. Però non bisogna dare addosso ai ragazzi: la responsabilità è del contesto sociale in cui viviamo. Bisogna saperli ascoltare. Lo dico da papà: a volte ci lamentiamo dei nostri figli, ma spesso siamo noi a non saperli ascoltare bene».
A scuola spesso i genitori contestano i professori; alle partite di calcio succede che contestino arbitri e allenatori. Lei come vede questa situazione?
«È una follia. Alla base di tutto c’è l’educazione che dai ai figli: se riesci a inculcare loro che l’unica grande responsabilità è la propria, e che non bisogna mai colpevolizzare gli altri per i propri fallimenti, allora si è sulla strada giusta. Dare la colpa ad altri di fronte alle difficoltà è un fallimento. Vale nella vita di tutti i giorni e vale nello spogliatoio: quando alleno i miei ragazzi e sbagliano qualcosa, dico sempre di non cercare mai attenuanti o alibi, perché l’alibi è tipico di chi non ha un carattere forte».
Suo padre è stato calciatore e allenatore, suo nonno Giovanni è stato un atleta di atletica leggera... Insomma, lei era un predestinato, doveva fare per forza lo sportivo.
«Anche mia mamma è stata campionessa italiana juniores dei 60 metri! Sì, la mia è una famiglia di sportivi, ma credo sia una casualità il fatto che io sia arrivato ad alti livelli. Non è stata invece una casualità l’avermi spinto verso lo sport – non necessariamente verso il calcio, ed è un distinguo importante. Credo che lo sport sia un’ancora di salvezza fondamentale per i giovani, specialmente oggi».
Qual è la cosa più bella per lei?
«La serenità. Per me la serenità è la cosa più bella: racchiude la salute, la felicità e lo stare bene con la famiglia e con gli altri. La parola serenità racchiude un po’ tutto».
Ho visto su Instagram una foto con sua figlia e la scritta “La mia principessa”. Che papà è lei?
«Ho tre figli: due grandi e una bimba piccolina. Ho vissuto la crescita dei miei figli in due momenti diversi della mia vita. Essere papà credo sia il senso stesso della vita e il motivo per cui siamo al mondo – almeno per come la vedo io, poi per altri può non essere una priorità. Per me il senso della vita è procreare e dare continuità alle generazioni».
Cosa vorrebbe per sua figlia più piccola?
«La serenità. Vuol dire che possa raggiungere i suoi obiettivi, essere felice e stare sempre bene. Questo vale per lei, per i miei figli grandi, per mia moglie e per tutti i miei cari».
Quanto le manca non giocare più a calcio?
«Per niente, perché ho deciso io di smettere. Ad altri amici è mancato perché non hanno scelto loro quando fermarsi. Io ho fatto questa scelta perché credo che si debba smettere quando non hai più le motivazioni per andare avanti. Quando le mie motivazioni sono terminate, ho preso la mia decisione. Una volta deciderlo, non mi è mancato. Anche perché ho continuato nel mondo del calcio: vivo lo spogliatoio e vivo le emozioni, persino quadruplicate, da allenatore, dato che la responsabilità è molto più grande. Quindi il campo da calciatore non mi manca».
È più bello giocare o fare l'allenatore?
«Sono belle entrambe le cose. A me piace tantissimo allenare, ma la responsabilità dell'allenatore per un calciatore è inarrivabile».
Fare l'allenatore significa anche essere un po' psicologo?
«È molto psicologo! Fare l'allenatore significa relazionarsi con i giocatori, con i media, con i tifosi, i presidenti, le società e i collaboratori. L'allenatore sta sul pezzo 24 ore su 24, non stacca mai la spina. Il calciatore fa le sue due o tre ore di allenamento, torna a casa e non ci pensa più, perché il giorno dopo c'è l'allenatore che gli dice cosa fare».
Dopo la sua bellissima carriera sul campo e quella che sta facendo da allenatore, a chi deve dire grazie?
«A tante persone in generale, ma credo soprattutto a me stesso, perché quando raggiungi certi obiettivi è perché ci hai messo tanto del tuo. Poi è ovvio che ciò che metti in campo deriva da quello che ti hanno insegnato gli altri: la famiglia d'origine, tua moglie che ti supporta e sopporta in determinate situazioni, i figli e tutti coloro che ti danno la forza di raggiungere i traguardi».
Ci vuole tanta fatica?
«Sicuramente. Tanta fatica e tanti sacrifici, non è tutto rose e fiori. Per arrivare dove sono arrivato ho faticato e rinunciato a tanto: ho rinunciato all'adolescenza, ai Ferragosto in montagna con gli amici perché dovevo allenarmi. Tutto questo fin da piccolo, per poi ottenere grandi risultati e soddisfazioni. Per raggiungere certi traguardi c'è un mondo di sacrifici dietro».
Se incontrasse se stesso da ragazzo, quel giovane che doveva rinunciare agli amici e al Ferragosto e magari ci rimaneva male, cosa gli direbbe?
«Di credere nei sogni. È quello che dico anche ai miei figli».
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