Nathalie e la scommessa Dompé: all’Aquila per costruire il futuro

17 Ottobre 2014

L’azienda punta sull’Abruzzo con il salto nelle biotecnologie, per curare gravi forme di diabete e malattie rare dell’occhio: «Ragioniamo a lungo termine, con un impegno di responsabilità sociale»

L’AQUILA. Nathalie Dompé sa di essere una privilegiata. Non solo perché è una bellissima ragazza di 27 anni il cui papà è uno dei più importanti imprenditori farmaceutici del Paese. Ma anche, dice lei, «perché ho la fortuna di frequentare medici e scienziati, persone straordinarie alle quali posso fare mille domande». Poi, sorridendo, aggiunge: «Ogni tanto qualcuno si stufa e mi chiede se ancora non ho superato la fase del perché, ma io non desisto». Quando la incontro, nell’ufficio aquilano, è tutta concentrata nel cercare su Google i motivi che hanno portato alla scelta dell’ultimo Nobel della medicina. E in effetti la ragazza sembra innamorata del mestiere di famiglia, che ha intrapreso un paio di anni fa dopo la canonica laurea alla Bocconi di Milano. Ma, cosa che era meno scontata, strada facendo si è innamorata anche dell’Aquila, la città nella quale la Dompé ha concentrato tutta la produzione e buona parte del suo team di ricerca, circa 70 persone su un totale di 250 in organico all’insediamento abruzzese.

Ci racconti il suo legame con questa città.

«E’ un pezzo importante della mia vita, un luogo dell’anima, un rapporto che è cresciuto negli anni dentro di me. Questa fabbrica è stata voluta da mio padre quando ancora ero una bambina e ho il ricordo di bellissime passeggiate in una città meravigliosa».

Devo chiederglielo: dove si trovava il 6 aprile del 2009?

«Ero a Milano e non potrò mai dimenticare quelle ore convulse, quando mio padre attaccato al telefono cercava di sapere se c’erano vittime tra i nostri collaboratori. O se qualcuno aveva perso la casa. E’ difficile entrare in un dramma in cui tu non sei la vittima, ci vuole molto rispetto. Ma in quei momenti ho capito che questa città per me e per la mia famiglia non era solo lavoro».

Siete stati tra i primi a ripartire con la produzione?

«C’è stato uno sforzo eccezionale da parte di tutti e in sei mesi la fabbrica funzionava al 100%. Oggi qui c’è il cuore della nostra scommessa, di un cambiamento epocale per la nostra azienda, che pur avendo una lunga storia alle spalle oggi si sta muovendo come una start up».

Che cosa sta succedendo?

«Finora siamo stati concentrati sui farmaci di automedicazione, i cosiddetti “primary care”, come l’Oki, che è un antiinfiammatorio molto popolare. O l’Okitak, molto usato per il mal di testa. Ma adesso ci stiamo focalizzando sulle biotecnologie e in particolare su due nicchie che riguardano altrettante patologie particolari, come alcuni tipi di diabete e una malattia degenerativa dell’occhio, come la cheratite neurotrofica. In questo secondo caso lavoriamo da anni sulla molecola scoperta da Rit Levi Montalcini».

Perché parla di scommessa?

«Perché quando ti avventuri in questo tipo di ricerche non sei mai sicuro dell’esito finale. La molecola per la cura del diabete, in particolare, è made in L’Aquila e qui sarà prodotta e sarà impiegata anche per l’oncologia, nelle cure del tumore al seno. Ma di questo si occupano mio padre e l’amministratore delegato, Eugenio Aringhieri».

Lei in Dompé si occupa di responsabilità sociale: lo sa che c’è chi insinua che le aziende usino questo tasto solo per farsi belle, per puro marketing?

«Il nostro impegno su questo fronte è nei fatti: è l’impegno a cercare soluzioni per malattie rare, che al momento non hanno cure; a produrre in Italia, e qui in Abruzzo in particolare; a migliorarci continuamente con le tecnologie più avanzate, senza essere pigri; a mantenere i contatti con interlocutori di grande pregio, come l’Associazione delle malattie rare».

Come si svolge il suo lavoro?

«Io getto dei piccoli semini, sperando che altri li facciano germogliare. Dò per ricevere, sperando di attingere in futuro alle risorse che si sono create».

Ci faccia capire meglio.

«Siamo andati nelle scuole a spiegare ai bambini aquilani come funzionano le biotecnologie. L’abbiamo fatto in modo semplice, con dei giovani ricercatori dell’Università dell’Aquila, ragionando sul lungo periodo. Non mi interessa farmi largo con i miei gomitini, da soli non si va da nessuna parte. L’Italia è piena di persone stupende, con talento e voglia di fare, ma bisogna gratificarle, creare l’ambiente giusto per valorizzarle».

Che rapporto ha con suo padre? E’ pur sempre il capo...

«E’ un uomo solare, che mette un’enorme gioia in tutto quello che fa. La bellezza e la ricerca sono i suoi riferimenti, lo vedo emozionarsi , tremare con un bambino dalla felicità per le cose che fa. E in vita mia, nonostante il suo ruolo non l’ho mai visto essere arrogante. Mai».

Che sogno ha, Nathalie?

«Un piccolo sogno è avere una Presentosa. E’ una collana bellissima, che le ragazze di qui portano prima di sposarsi»

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