Negozi nelle fabbriche, subito 6 ostacoli

Dopo il rinvio della commissione spunta un dossier dell’Arap che smonta i sette articoli della norma proposta da Sospiri
L’AQUILA. Parte in salita la proposta di legge che dà il via libera a decine di negozi nelle ex fabbriche abbandonate. La commissione regionale presieduta dal leghista Manuele Marcovecchio ha mosso ieri il primo passo. Ma è bastato per capire che il percorso durerà mesi. Il fronte del no è agguerrito. Marcovecchio cerca di disinnescare la protesta delle associazioni di categoria che temono aperture a raffica di nuovi centri commerciali, con la scusa di recuperare il suolo e le fabbriche abbandonate. «Saranno convocate e sentire tutte», rassicura il consigliere regionale del Carroccio. Ma la proposta di legge firmata dal presidente del consiglio, Lorenzo Sospiri, non convince nemmeno il centrodestra (leggi Mauro Febbo, assessore alle Attività produttive) e quindi l’attore principale, l’Arap, ente strumentale della Regione che si occupa dello sviluppo delle aree industriali. C’è un dossier, già in mano al nuovo presidente di Arap, Giuseppe Savini, che spezza le gambe al progetto di legge, già sul nascere, elencando i sei punti deboli. È la notizia non resa pubblica in commissione, ma è questo il banco di prova della proposta di legge.
Nel dossier vengono smontati, uno ad uno, i sette articoli della nuova legge. La falla del primo articolo è il requisito specifico che le fabbriche dismesse debbono avere, quello di essere «immobili privi di valore economico», ma non esistono aree senza alcun valore. Le stesse fabbriche, per far sì che scatti il cambio di destinazione d’uso in negozi, ristoranti o impianti sportivi, debbono «rappresentare un fattore di grave danno ambientale», ma questo comporta un obbligo di bonifica troppo costoso per l’imprenditore che vuole investire. Il terzo punto debole è che manca una indicazione sul tipo di intervento edilizio permesso, in altre parole sulla possibilità o meno di demolire e ricostruire senza il rispetto della sagoma preesistente. Così come dal punto di vista urbanistico non viene preso in considerazione l’ostacolo più grande: il cambio di destinazione d’uso non è diretto ma prevede il meccanismo del passaggio in consiglio provinciale per le aree incluse nel piano regolatore dell’Arap. Inoltre la legge non chiarisce il limite di dimensione e il numero dei negozi realizzabili all’interno di una fabbrica dismessa. E infine c’è la falla degli oneri che il Consorzio industriale può recuperare grazie al maggior valore che l’area ottiene con il cambio di destinazione d’uso. Un onere fissato al 20% dalla nuova legge, troppo basso e in contrasto con la legge del 2017 (sul recupero del patrimonio edilizio esistente) che lo fissa al 50%. In questo caso è come se ci trovassimo di fronte a un regalo alle imprese. Ma torniamo in commissione. Quattro Comuni e l’assessore Mauro Febbo, danno forfait, giustificando le assenze. I portatori di interesse presenti quindi erano solo i rappresentanti dei Comuni di Teramo, L’Aquila e Vasto. Con un colpo di teatro iniziale di Silvio Paolucci, capogruppo Pd, che si presenta in aula spingendo un carrello pieno zeppo di emendamenti: oltre 2mila richieste di modifica della legge, che annunciano l’ostruzionismo senza sconti del centrosinistra. Per Barbara Stella, geologa e consigliera del M5S, «dal punto di vista ambientale gli interventi di recupero sono a carico del proprietario che si troverà ad affrontare costi elevatissimi, prima che il sito possa essere riqualificato». La salita è da gran premio della montagna.

