“Non si muove foglia” Un libro racconta il monarca Gaspari
A cinque anni dalla morte, Gino Di Tizio rievoca vizi e virtù del politico “diccì” che ha segnato la storia della regione
CHIETI. Gino Di Tizio, cronista del passato, rievoca la vita di Remo Gaspari nell'anniversario della morte, avvenuta il 19 aprile del 2011. Ha scritto un libro, di 90 pagine, che si leggono tutte d'un fiato (“Non si muove foglia...”, editore Tabula Fati) sull'uomo che, più di ogni altro, ha determinato la storia recente d'Abruzzo. Non teme di svelarci da che parte sta, ma perché lo ha fatto? Per quei corsi e ricorsi storici di vichiana memoria. C'è un cui prodest dietro le scelte di Gaspari che Di Tizio svela.
L'incipit del libro è la vicenda di Nicola Buracchio che spicca su tutte, un illuminato sindaco che portò aziende in Valpescara ma che Gaspari troncò con l'opportunismo e il tempismo di un chirurgo.
«Se fosse stato alle regole sarebbe al posto suo», ci svela oggi Gino riportando una frase che Walter Del Duca, fedele a Gaspari, per conto di quest'ultimo gli disse.
“Non si muove foglia...” è il titolo del libro “che Gaspari non voglia”, è la seconda parte sottintesa della frase che ci fa capire la parola d'ordine in quegli anni monocolori, democristianamente monarchici. “Allinearsi”. Altrimenti avresti fatto la fine di Buracchio o Arduino Roccioletti.
«Ci pensa Giorgio», rievoca ancora Gino, «era il modo con cui Gaspari rispondeva ai questuanti». Giorgio, alias Remo Gaspari, alimentava il potere con il consenso popolare e stroncando ogni forma di dissenso interno alla Democrazia cristiana.
Attingendo dalla memoria episodi che non sono scritti da nessuna parte, Di Tizio racconta la storia del pluriministro di Gissi dall'inizio (1953) alla fine (2011) senza aneddotica, né demonizzando o esaltando il personaggio che ha traghettato l'Abruzzo fuori dalla povertà del dopo guerra. Dalla sfida, a colpi d'autostrada, contro Lorenzo Natali (ecco un ricorso storico attuale) al delicato passaggio della città di Chieti dalle mani di Veniero Di Petta a quelle del baby sindaco Andrea Buracchio.
Quindi l'allarme lanciato dal primo che Gaspari non colse o non volle cogliere autocondannando alla fine il gasparismo. Eppure Gaspari non venne mai coinvolto in tangentopoli. Ci furono peccati veniali, come il caso dei voli blu, ma commessi per ragion d'Abruzzo, mai per tornaconto personale.
Di Tizio lo racconta senza piaggeria, cogliendo i gangli del gasparismo. Quel consenso che si basava sulla conoscenza diffusa, fino al più umile degli abruzzesi, che permetteva di drenare voti in quantità industriale. E quel mezzo per raggiungerlo: la raccomandazione oppure, come in modo garbato scrive Di Tizio, la segnalazione. Gaspari giocava con un modulo 5-3-2, cinque raccomandati andavano al partito, tre agli alleati e due all'opposizione. La raccomandazione di cui era il re ma che alla fine gli creò sensi di colpa. Avvertì, Gaspari, in quella fase della vita in cui i bilanci valgono più di ogni cosa, di essersi macchiato di “culpa in vigilando”. Di aver applicato le regole della sua politica senza stare attento ai mariuoli, scovati da Mani pulite, o ai furbetti che disertavano le fabbriche in Val Sinello o in Val Di Sangro.
Ma, scrive Gino, in Abruzzo, grazie a Gaspari, gli autobus partiti pieni tornavano pieni. La conclusione è dedicata al lato umano, intimo e familiare: «Lei era la mia vita e quando è morta sono finite anche le ragioni della mia vita», disse Gaspari della moglie Miriam. E perché no? Anche della Dc e dell'Abruzzo. (l.c.)
©RIPRODUZIONE RISERVATA

