Pescara diventa la città del riutilizzo dei rifiuti

3 Dicembre 2017

Nasce il centro del riuso dove portare e scambiare oggetti a costo zero E al convegno il magistrato Fimiani spiega i segreti per non sprecare nulla

PESCARA. Se Italo Calvino aveva idealmente pensato a Leonia, come a quella città in cui i cumuli di spazzatura, quali lavastoviglie, lavatrici, imballaggi, tubetti di dentifricio e ogni altra risma di spazzatura ogni mattina venivano fatti sparire dai netturbini (gli «angeli», li chiamava lo scrittore), Pescara sta per diventare la città del «riuso». Ne ha data notizia ieri l’assessore all’Igiene urbana del Comune di Pescara, Paola Marchegiani, in occasione del convegno di studi che si è tenuto all’Aurum, nella città adriatica, intitolato Le virtù del riuso, organizzato dalla Fondazione De Victoris Medori De Leone.
«Entro tre o quattro mesi», ha precisato l’esponente della giunta del sindaco Alessandrini, «al piano terra del palazzo Edmondo, tra l’università di viale Pindaro e il tribunale, si potranno lasciare gli oggetti che si vogliono abbandonare, ma anche prendere degli oggetti che si desiderano, gratuitamente». Insomma, Pescara città del riciclo, con tutte le «virtù», come sono state definite ieri all’Aurum, del riciclo dell’usato. Anche, e soprattutto, del cibo. In questo senso, di «economia circolare» ha parlato Pasquale Fimiani, sostituto procuratore generale presso la Corte di Cassazione, e responsabile del settore ambiente, nel suo intervento. Un «circolo», secondo Fimiani, in cui si attui «il riutilizzo degli scarti alimentari a scopi industriali e la prevenzione dei rifiuti alimentari».
Gli esempi di Fimiani vanno dalla «carta, pelle e colla», ricavate «dalle mele», «oppure al combustibile derivato dal cioccolato», fino ad arrivare «alle bioplastiche dal pomodoro, all’energia pulita dal caffè e ai tessuti dagli scarti alimentari». Un «no alla rottamazione» che, come proposte volte alla prevenzione della produzione dei rifiuti alimentari, prevede, secondo il magistrato «il doggy bag, l’avanzo del ristorante che ci segue a casa, il riciclo gourmet, ossia portare a casa il cibo avanzato in locali di chef stellati, il supermercato alla spina, la compostiera domestica, se il Comune non ricicla l’umido, e l’orto domestico». Il professor Ernesto Di Renzo, ricercatore all’Università di Roma Tor Vergata, ha invece ricordato come «i filosofi pluralisti, come Anassagora, Empedocle, Leucippo e Democrito, sostenevano che nulla si crea, nulla si distrugge, ma tutto si trasforma, mentre Lavoisier ha ideata la legge di conservazione della massa». E l’Abruzzo, secondo il docente, ben si presterebbe naturalmente. «La transumanza è una forma di riuso», ha spiegato Di Renzo con un esempio. Marco Lucchini, della Fondazione Banco Alimentare, ha snocciolato qualche numero. «Nel 2016 abbiamo distribuito 20 milioni di chili di cibo a 241 associazioni, per un totale di 47 mila persone», ha sottolineato Lucchini, che ha proposto di intendere «il rifiuto come dono. E poi non bisogna indurre al non spreco, ma al riuso. Non una negazione, ma un’affermazione in positivo».
Giorgio Mori, dell’Università La Sapienza di Roma, si è quindi soffermato sul rifiuto da un punto di vista artistico. «Il cibo è sempre stato nell’arte», ha rimarcato Mori, «come nel caso delle nature morte, ma anche l’arte è da intendere come cibo per la mente. Io dico che il rifiuto dell’arte è anoressia dello spirito». Per l’occasione, nella sala Barbella, all’Aurum, quattro istituti comprensivi di Pescara hanno allestito una mostra sul riciclo.
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