Piccole imprese tartassate: pagano più dei colossi globali

In Abruzzo pressione fiscale al 31,7%, ma per le multinazionali è la metà: 14,8%
PESCARA. Le piccole e medie imprese d’Abruzzo pagano più tasse delle prime 25 multinazionali di Internet, compreso Meta. Qui, il tessuto produttivo locale è obbligato a fare i conti con un carico fiscale tra i più pesanti d’Italia: a fronte di una base imponibile complessiva di 4,755 miliardi di euro, le imprese e i lavoratori abruzzesi autonomi versano allo Stato 1,506 miliardi in imposte dirette come Irpef, Ires, Irap e addizionali. Significa che, in Abruzzo, il tax rate effettivo è del 31,7%: quasi un terzo della ricchezza prodotta dalle attività viene assorbito dall’erario. Invece, per le big tech, le tasse hanno un peso specifico diverso: l’aliquota fiscale media globale è del 14,8%. Sono i numeri a dire che la pressione dei tributi per chi opera in Abruzzo è più del doppio rispetto a quella dei giganti del web, con un divario di 16,9 punti percentuali. A guardarla dal punto di vista opposto, i colossi spendono la metà dei piccoli. «Inaccettabile», è la denuncia della Cgia che ha passato al setaccio i dati dell’Area Studi di Mediobanca.
«I colossi del web continuano a macinare profitti miliardari», recita l’analisi della Cgia, «scaricando sulle nostre piccole e medie imprese il peso fiscale che loro eludono in agilità. Molti di questi giganti continuano a spostare i propri profitti verso i Paesi a fiscalità di vantaggio, lasciando a bocca asciutta tanti paesi, come l’Italia, con una disinvoltura inaudita». Esiste un’Italia che alza la serranda ogni mattina, investe sul territorio e sostiene l’economia locale pagando fino all’ultimo centesimo di tasse. E poi esiste un Olimpo digitale, popolato dai colossi del web, che viaggia a ritmi fiscali dimezzati. È la fotografia che emerge dal un rapporto dell’Ufficio studi della Cgia di Mestre, che analizza il divario tra la tassazione delle imprese italiane e quella delle prime 25 multinazionali del web. Nell’elenco dei colossi, la Cgia inserisce aziende del calibro di Amazon, Alphabet, Microsoft, Meta Platforms, Jd, Ibm, Booking Holdings e Spotify Technology.
«Anni di elusione sistematica», dice la Cgia, «hanno scavato un fossato enorme tra chi le tasse le paga e chi le aggira grazie a un sistema internazionale che non ha ancora trovato né la volontà né il coraggio di fermare queste operazioni discutibilissime». La testa delle multinazionali si trova in Paesi a fiscalità di vantaggio mentre il corpo si muove ovunque, anche in Abruzzo. Allargando l’obiettivo all’Italia, la situazione non cambia: l’Abruzzo si inserisce in un trend che vede le imprese nazionali schiacciate da un’aliquota media del 31,9%. Il Lazio è la regione con la forbice più ampia registrando un’aliquota del 33,4% e segnando un gap record: «Il differenziale più elevato si registra nel Lazio che conta un’aliquota fiscale di 18,6 punti in più rispetto alla media delle prime 25 big tech».
Stessa storia anche in Friuli Venezia Giulia e Liguria: entrambe le regioni si attestano su un tax rate del 32,9%, posizionandosi subito dietro al Lazio «entrambe con 18,1 punti in più» rispetto ai colossi del web. Le Marche fermano l’aliquota al 32,6% (differenziale di +17,8 punti), seguite a stretto giro dalla Campania con il 32,3% (con +17,5). Nemmeno la Lombardia (31,6% di tax rate e 31,6 miliardi di imposte versate) o il Veneto (31,5%) riescono a sfuggire a questa morsa, registrando rispettivamente +16,8 e +16,7 punti percentuali di distacco dalle multinazionali Internet. «È un comportamento che dovrebbe indignare, soprattutto coloro, quando parlano di tasse, reclamano equità, rigore e giustizia fiscale. È un fenomeno che continua a consumarsi ogni anno, silenziosamente», dice la Cgia.
Il report spiega che, sfruttando la natura dematerializzata del loro business, queste società tendono a spostare i profitti verso i Paesi a fiscalità di vantaggio: «Spesso quando una multinazionale lavora in diversi Paesi incrementa “fittiziamente” i costi delle controllate in quelle nazioni dove il carico fiscale è elevato (come l’Italia o la Francia). Così facendo, abbassa gli utili, spostando la gran parte dei profitti nelle filiali ubicate nelle realtà (come i Paesi Bassi, l’Irlanda, il Lussemburgo) che presentano livelli di tassazione molto vantaggiosi».
Un’architettura elusiva che, pur essendo formalmente legittima, svuota le casse degli Stati: negli ultimi anni, anche le grandi aziende di casa nostra hanno iniziato a seguire questa scia, trasferendo le sedi legali o fiscali ad Amsterdam per godere di normative societarie e fischi di favore. E le conseguenze di questa fuga provocano un effetto collaterale: «Si riduce la base imponibile in Italia, e a farne le spese», conclude la Cgia, «sono soprattutto le piccole e piccolissime imprese che, a differenza dei grandi gruppi, non hanno certo la possibilità di fare le valigie e trasferirsi altrove».
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