Pilota di porto a Ortona aspettando le grandi navi

19 Luglio 2015

Rocco Boromeo da 32 anni è una guida sicura per le imbarcazioni in rada «Questo scalo è da secoli il simbolo e il motore economico della città»

ORTONA. La statua di San Tommaso che si erge nella banchina di terra dell’area portuale è un segno di protezione del patrono cittadino nei confronti di chi ha fatto del mare il proprio lavoro. Ed è il simbolo più tangibile di quanto sia stretto il rapporto tra gli ortonesi e il proprio mare.

Un binomio imprescindibile, che ha sempre caratterizzato la storia della città: generazioni di pescatori, di operatori portuali, e in ultimo di ufficiali cresciuti nell'Istituto tecnico nautico, che già negli anni venti formava centinaia di giovani ortonesi destinati alle grandi compagnie navali nazionali ed estere.

Tra questa gente di mare c'è sicuramente Rocco Boromeo, pilota di porto da 32 anni, fratello dell'ex assessore comunale Carlo Boromeo autore di un libro prezioso come “La mortella e la mentuccia”, dedicato alla storia gloriosa dell'ormai scomparsa piccola pesca ortonese.

Solitamente il compito di Rocco è quello di guidare le navi nelle manovre di entrata e di uscita dal porto di Ortona, oggi invece aiuta Il Centro a compiere un viaggio raccontando quello specchio d'acqua che è diventato per la città sinonimo di tradizione, storia e lavoro.

Commercialmente ed economicamente parlando Boromeo non ha dubbi: «Il porto di Ortona ha avuto sempre una sua rilevanza, ma è stato il ventesimo secolo a segnare la svolta. Quando si è iniziato a costruire la parte artificiale dello scalo e si è incrementato il traffico commerciale, rappresentato soprattutto dal carbone».

Il secondo conflitto mondiale ha segnato una cesura dolorosa per lo scalo.

Il porto è stato minato e distrutto dai tedeschi, ma gli ortonesi non si sono persi d’animo e nel dopoguerra si è registrata una lenta ma costante ripresa delle attività.

«Nel frattempo al carbone si è sostituito il petrolio» spiega Boromeo, «e Ortona è diventato un centro rilevante per il traffico mercantile di questo tipo di prodotto, anche se parliamo solo di depositi».

E così la crescita è stata in pochi anni vertiginosa. Altre grandi società si sono insediate in città, tra cui la Micoperi, specializzata nei recuperi marittimi (si ricordi solo il recupero della Costa Concordia naufragata il 13 gennaio 2012 all’Isola del Giglio).

«Tantissime persone del posto hanno trovato lavoro nel porto, diventando con il tempo anche molto esperte di questo settore» sottolinea il pilota. L'economia ortonese ha vissuto probabilmente in quel periodo i migliori e più solidi anni. L’arrivo e la partenza delle merci in porto è andata moltiplicandosi: petrolio, legname, veicoli, ma anche quantitativi enormi di ferro vecchio proveniente da tutto il mondo.

«Si caricava sui vagoni ferroviari per trasportarlo alla Stefana, un’industria siderurgica sita nelle zone di Termoli, che trasformava il ferro vecchio in nuovo e lo rimandava indietro ad Ortona, da dove ripartiva per i vari paesi del mondo. Nel porto si muovevano circa 300mila tonnellate di ferro all'anno», calcola Boromeo.

C'è poi la parte peschereccia, sempre significativa, «anche se gli ortonesi non hanno mai rappresentato il grosso dell’imprenditorialità della pesca» nota ancora il pilota di porto.

«Molti pescatori sono venuti da fuori regione, laddove i porti non permettevano lo sviluppo della pesca a strascico, come loro volevano. Intere famiglie si sono trasferite qui in Abruzzo, diventando poi a tutti gli effetti ortonesi».

Grazie anche alla presenza di uno scalo importante, quindi, Ortona ha sempre recitato un ruolo di primo piano nell'economia legata al mare.

Oggi potrebbe essere un'autentica potenza del settore, ma così non è: «Il problema è che dietro al porto di Ortona c'è l'Abruzzo», spiega Rocco Boromeo. «Intendo dire che nel nostro retroterra regionale non c'è un tessuto industriale tale da garantire al porto alti traffici».

Ma il traffico nel porto resta intenso e il lavoro a Boromeo non manca.

Come non mancano i ricordi di episodi particolari: «Ricordo di un rimorchiatore con un piccolo pontone che veniva trasferito da Procida ad Ancona», racconta Boromeo, «e ha iniziato ad imbarcare acqua. Ha chiesto di entrare nel porto di Ortona e, appena dentro, è affondato. Il relitto è stato per sei mesi nelle nostre acque e solo grazie alle capacità della Mari ter, società di servizi marittimi subacquei, si è riusciti a riportarlo a galla».

Tra i momenti indimenticabili per il pilota di porto anche l'accoglienza di una panamax di 225 metri e circa 50mila tonnellate di stazza, imbarcazione tra le più grandi mai arrivate a Ortona.

«Il porto vuol dire circa metà dell'economia della città» conclude Boromeo. «Non esiste Ortona senza il suo mare e il suo porto».

Alfredo Sitti

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