«Porto l’Abruzzo in Cina e assumo cento dipendenti»

12 Novembre 2016

Il manager di Avezzano svela i piani di LFoundry-Smic Investimento da 100 milioni e aumento di produzione

Dottor Galbiati, dall’ultimo vertice romano al ministero dello Sviluppo ha riportato buone notizie. Questi cinesi fanno sul serio?

«Guardi, siamo noi a fare sul serio. Si parla sempre dei cinesi e ci si dimentica che in realtà a far le cose, al 99%, siamo noi. Loro, ovviamente, sono molto importanti all’interno delle dinamiche dell’azienda ma l’azienda è ad Avezzano. Smic ha acquisito il 70% del pacchetto azionario e sta facendo uno sforzo grosso a introdurre e a trasferire la sua tecnologia. Tecnologie che insieme alle nostre consentiranno di utilizzare pienamente gli impianti di Avezzano».

Una svolta?

«Sì, questa è la vera svolta. Dobbiamo integrare i processi produttivi che non sono totalmente compatibili. Da qui la necessità di investire: 15 milioni già sono arrivati l’anno scorso per i macchinari che saranno pronti all’inizio del 2017. Saremo in grado di produrre in toto alcuni prodotti, in particolare per il mercato cinese. Con un successivo investimento di cento milioni cambierà nel tempo il mix: saremo sempre meno dipendenti dal nostro cliente On Semiconductor. Scenderemo al 50% e l’altro 50 sarà per cose nuove, in particolare per i clienti diretti di Smic. Così facendo, però, non ci limitiamo a un cambio di tecnologia. Ne approfittiamo per spremere al massimo queste mura. All’interno di questo perimetro di edifici l’intenzione è quella di ridurre gli spazi attualmente occupati da uffici a favore di spazi per la produzione».

Ci dia qualche cifra.

«La produzione passerà dagli attuali 460mila wafer all’anno a circa 580mila, stiamo parlando di un 20% abbondante di crescita».

Salirà la produzione, ma mica pensate di poter fare tutto con gli attuali 1.500 dipendenti?

«Ovvio che no. Visto che cresceranno in maniera significativa i volumi, è ragionevole pensare che anche l’organico debba essere adeguato. Intanto, per il 2017 stiamo procedendo alla chiusura degli ammortizzatori sociali. A regime, con i 580mila wafer all’anno in cui immaginiamo di stare, possiamo aver bisogno di un centinaio di persone in più».

In questo modo dovreste ridurre l’età media del personale, che attualmente si aggira sui 45 anni.

«È un aspetto sottolineato di recente al Ministero. È vero che ci siamo da 27 anni, è vero che facciamo solo semiconduttori, ma l’evoluzione tecnica e anche il tipo di mansione in molti casi cambiano. C’è, a seconda del ruolo, la necessità dell’adeguamento delle competenze, serve un costante ricambio».

Meno anziani?

«Non necessariamente, parliamo di competenze. Non mi sono mai posto il problema dell’obsolescenza delle persone. A 65 anni si può essere perfettamente in grado di sostenere l’attività lavorativa, però non puoi pensare che il lavoro non sia cambiato negli ultimi 40 anni».

Che cosa si produrrà?

«Fondamentalmente questa fabbrica continuerà sulle tecnologie gestibili a 200 millimetri. Il nostro core rimane quello sui sensori di immagine, tutto ciò che ha a che vedere con l’elettronica che manipola la luce nelle sue varie forme, da quella visibile a quella a raggi X. Realisticamente, questo sarà un centro di eccellenza per Smic, riconosciuto all’interno della corporation per quanto riguarda la sensoristica fotonica o optoelettronica. Già adesso il nostro cliente è leader al mondo nel settore dei sensori di immagine, che vanno sulle auto e sulle fotocamere per la sicurezza. Il 40% delle auto che gira sul pianeta porta a bordo chip fabbricati ad Avezzano. Questo è il mercato che già serviamo e continueremo a servire. Quindi vogliamo rimanere agganciati fortemente a On semiconductor, ma venderemo di più anche in Cina. Le tecnologie che porta Smic sono mirate a integrarsi di più su applicazioni consumer, per esempio sui cellulari. Smic oggi mette sette, otto chip in ogni cellulare che fabbrica: Huawei, per fare un nome, è il numero tre al mondo nel settore della telefonia cellulare ed è destinato a crescere fortemente; sarà un competitor formidabile per Samsung o Apple. Lì dentro Smic c’è già. I chip che permettono di fare un controllo dell’impronta digitale in buona parte sono prodotti da Smic. Stiamo lavorando per produrli ad Avezzano, insieme a tutto quello che può essere fatto con una tecnologia intorno ai 110 nanometri come l’abbiamo noi. Così facendo dovremmo stabilmente crescere e stabilmente produrre valore».

Lunga vita allo stabilimento di Avezzano?

«La cosa bella di quello che è successo quest’anno è che ora stiamo in un sistema tale per cui la longevità di questo sito non è a rischio».

Cambierà qualcosa nell’organizzazione del lavoro?

«Non ci siamo immaginati cambi drammatici. Operiamo con una turnazione a 12 ore per 365 giorno l’anno. Ormai sono 16 anni. Man mano che passano gli anni ci rendiamo conto che può essere faticoso. La domanda però non va posta a noi: l’attuale normativa sui lavori usuranti non tiene conto delle 12 ore, parla di giornate e non di ore lavorate l’anno. Certo, se dovesse passare il riconoscimento che anche una turnazione anomala come la nostra, basata sulle 12 ore, con 4 turni di notte, equivale a una turnazione fatta di notte, molto probabilmente anche le nostre maestranze rientrerebbero nella categoria del lavoro usurante e così facendo ci sarebbero dei benefici. Il nostro obiettivo è provare a mantenere efficaci ed efficienti le persone che lavorano qui, qualsiasi età abbiano. Ma un’azienda sana riesce a operare nel tempo mantenendo l’età media dei suoi dipendenti più o meno stabile. Se ti fermi nell’assumere e contemporaneamente non succede nulla la popolazione media invecchia. Da adesso in poi le prospettive sono diverse».

Esiste un problema di infrastrutture?

«Più che di infrastrutture di carattere materiale, abbiamo bisogno di stare in un territorio culturalmente vivace, culturalmente pronto a capire quali siano le dinamiche industriali, interessato e voglioso a stimolarci. Ma non dipende solamente da noi, molto dipende dalla volontà degli interlocutori esterni, siano essi politici o altri. Ci deve essere interesse su di noi e una volontà a collaborare con noi. Se invece c’è un sospetto...».

Di che cosa parla?

«Inutile nascondersi dietro a un dito: tre anni fa, quando la piega era tutt’altra, c’era una legittima paura, ma si è avuto anche un forte sospetto su di noi. La Micron lasciava un contenitore vuoto, un terreno potenzialmente inquinato, potevamo essere quelli che si pigliavano il malloppo e scappavano. Si è detto e fatto di tutto: dal re è nudo alle messe propiziatorie. Fa parte del gioco. Alla fine abbiamo lasciato che i fatti parlassero».

Come immagina LFoundry-Smic nel 2026?

«La risposta non è dove sarà questo sito, ma dove sarà l’industria dei semiconduttori. Oggi fanno un fatturato di 320 miliardi di dollari nel mondo, noi fra cinque anni ci candidiamo a fare un fatturato di 300 milioni di dollari. Se dovesse intervenire una tecnologia che ucciderebbe i semiconduttori andremmo in crisi. Ma onestamente non si vede nulla all’orizzonte che possa soppiantare il silicio. Una foundry come Smic farà produzioni pregiate anche da qua a dieci anni».

Qual è il ruolo dei cinesi nell’organizzazione?

«Credo che incideranno pochissimo, loro non sono neanche organizzati per mandare un’armata di persone. Il passo fatto con noi e i nostri colleghi tedeschi non è banale: hanno bisogno e voglia di non essere l’azienda cinese, ma di essere una multinazionale che gioca su tutti i terreni, in particolare su quello europeo».

Renzi è appena stato in Abruzzo: se lo incontrasse?

«Non le rispondo».

A un giovane che cosa consiglierebbe?

«Mi auguro che il nostro Paese non sia sempre in condizioni tali da far dire a un giovane che qualunque lavoro può andar bene. Per quanto ci riguarda, Avezzano diventerà un posto molto attraente per ingegneri elettronici, fisici, eccetera. Il nostro ambiente è stimolante sul fronte del contributo intellettuale. Una realtà che è un bene prezioso da proteggere a livello di Paese».

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