Presero le scarpe degli sfollati

8 Febbraio 2017

I responsabili di un ente di protezione civile citati dalla Corte dei conti

L’AQUILA. Si erano appropriati di beni destinati ai terremotati aquilani che nel sisma del 2009 avevano perso tutto. Una quantità incredibile di scarpe e merce di vario tipo, che invece di finire nelle mani di coloro ai quali erano state destinate dalla generosità degli italiani, erano finite nei magazzini privati di alcuni componenti un’associazione di protezione civile. Subito dopo gli aiuti erano stati rivenduti, regalando un profitto di circa 40mila euro. Ora F.G., 59 anni, , D.M., 49 anni, F.F., 71 anni, tutti residenti a Montesilvano, D.F., 69 anni, e M.F., 38 anni, residenti a Pescara, dovranno vedersela con la Corte dei conti. Il vice procuratore regionale Roberto Leoni li ha citati a giudizio di responsabilità per sentirli condannare a risarcire l’erario della somma di oltre 81mila euro. Sì, perché oltre al valore della merce, la Corte dei conti li ha citati anche per il danno da disservizio e per il danno all’immagine arrecato alla Protezione civile, quella che i terremotati li ha aiutati davvero. La vicenda ha avuto anche un risvolto penale. D.M., infatti, ha patteggiato davanti al gip del tribunale di Chieti un anno e mezzo di reclusione per peculato. La pena è diventata irrevocabile il 27 giugno del 2013. F.G., condannato in primo grado a un anno e 4 mesi di reclusione per la stessa accusa, in appello si è visto derubricare il reato da peculato ad appropriazione indebita, perseguibile solo su querela di parte. Stessa sorte per gli altri, rinviati a giudizio davanti al tribunale di Chieti, che in seguito ha dichiarato il non doversi procedere nei loro confronti, sempre per difetto di querela, avendo anche in questo caso derubricato il reato. Così, se almeno 4 di loro se la sono cavata davanti alla giustizia ordinaria, ora tutti dovranno vedersela con la Corte dei conti e, se condannati, mettere mano al portafogli.

La riqualificazione del reato in sede penale, è stata motivata sul difetto di prova della «precisa natura giuridica dell’associazione della quale facevano parte», considerato che nell’istruttoria svolta in tribunale è stata definita come «meramente affiliata» alla Protezione civile. Praticamente, non è stato chiarito se ne facesse effettivamente parte. Il che testimonia la "fluidità" della galassia che si riunisce in quella denominazione, e suggerisce che forse qualche controllo in più, non guasterebbe. La Corte dei conti, invece, è riuscita a mettere le mani su un documento, fornito dal dipartimento opere pubbliche della Regione Abruzzo, dal quale risulta che l’associazione è stata autorizzata a «partecipare in modo concreto alle attività di protezione civile». Condizione, questa, che l’ha resa destinataria di rimborsi e contributi regionali in rapporto all’attività svolta. In aggiunta, la Procura della magistratura contabile abruzzese ha acquisito anche la fattura fiscale emessa dalla società che aveva donato i beni, sulla quale risulta che la merce è stata consegnata all’associazione pescarese con l’indicazione di cederla ai terremotati. Ce n’è abbastanza, secondo il vice procuratore Leoni, per stabilire l’esistenza di un "vincolo publicistico" tale da consentire per i cinque componenti la citazione a giudizio per danno erariale. I cinque si sono difesi sostenendo di non essere stati in grado di riconsegnare la merce alle imprese che l’avevano donata, al cessare dell’emergenza, e la natura puramente volontaristica dell’opera prestata in favore dei terremotati. Tutti hanno insistito per l’archiviazione del procedimento.

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