Processo Del Turco La difesa: insensata la tesi delle tangenti
L’avvocato Caiazza: si parla di sei milioni di euro in contanti ma di questi soldi non è saltata fuori nessuna traccia
L'AQUILA. «La sentenza di primo grado sulla Sanitopoli non ha tenuta logica, è un campionario stupefacente di insensatezze. Il tribunale è guidato da una convinzione preventiva, quella di trovarsi di fronte a fatti corruttivi gravissimi e di doverla punire». Così l'avvocato Giandomenico Caiazza, uno dei legali che assistono l'ex presidente della Regione Abruzzo, Ottaviano Del Turco, nel corso della sua durissima arringa difensiva al processo di secondo grado in corso presso la Corte d'Appello dell'Aquila sull'inchiesta che nel 2008 decimò la Giunta regionale. Un’arringa peraltro che coincide con la lettura della sentenza al tribunale di Chieti che ha condannato il grande accusatore di Del Turco, Vincenzo Angelini a 10 anni per bancarotta fraudolenta per il crac Villa Pini. «Abbiamo fatto un processo», ha continuato l’avvocato Caiazza, «in cui un signore prende 6,2 milioni di euro in contanti e di questa somma non c'è segno, né di un euro né della traccia di un euro. Spesso i soldi frutto di corruttele non si trovano, il borsone di contanti non si trova quasi mai, ma i soldi lasciano sempre una traccia. Del Turco è stato ministro della Repubblica e sindacalista della Cgil negli anni in cui significava avere tempra morale. Se impazzisce da presidente della Regione e prende 6 milioni, glieli vogliamo far godere? Aragoste, ristoranti, viaggi? Zero e meno di zero. La sua vita è continuata in una sobrietà leggendaria». Caiazza ha ricordato come ci sia voluto «un quarto d'ora per far rispondere alla domanda se siano stati trovati soldi oppure no al colonnello della Finanza Maurizio Favia. Alla fine» ha proseguito il difensore, «ha detto che erano stati trovati 3.500 euro alla compagna. Dopo molte insistenze, sul fatto che non abbiano trovato niente ha risposto che era sostanzialmente giusto». Caiazza ha ricordato anche l'acquisto di tre immobili da parte di Del Turco, «ma per pagarli» ha detto «ha smobilizzato una polizza di 15 anni prima e messo in vendita tre quadri dell'amatissimo Mario Schifano, suo amico personale. E poiché questo è inconciliabile con l'accusa di tangenti, la sentenza bellamente non ne parla».

