«Pronti a riprenderci la sanità»

26 Giugno 2016

Il presidente della regione D’Alfonso chiede la fine del commissariamento per l’Abruzzo

PESCARA. Il commissario della sanità abruzzese Luciano D’Alfonso e il subcommissario Giuseppe Zuccatelli hanno firmato venerdì scorso la lettera indirizzata al premier Matteo Renzi nella quale si chiede di inserire in un prossimo ordine del giorno del consiglio dei ministri l’uscita dell’Abruzzo dal piano di rientro della sanità. La lettera è stata inviata dopo l’assenso del ministero della Salute al piano sanitario redatto dalla struttura commissariale e presentato alla stampa prima del voto amministrativo dall’assessore alla sanità Silvio Paolucci.

L’ISTRUTTORIA. Palazzo Chigi avrebbe già chiesto ai ministeri che siedono al tavolo di monitoraggio, Salute ed Economia, un’istruttoria per la redazione della delibera. La cosa dovrebbe avvenire dopo l’ultima riunione del tavolo prevista a metà luglio, a poco più di due anni dalla presentazione della giunta D’Alfonso.

La lettera firmata dal governatore dovrebbe anche sgombrare il campo dalle voci su una certa inerzia di D’Alfonso rispetto ai tempi d’uscita dal commissariamento. Voci basate sulla tesi che il ritorno della sanità nelle competenze della giunta e del consiglio regionale potrebbe indurre la Regione a fare qualche passo indietro sul riordino della rete ospedaliera (su questo terreno l’opposizione potrebbe saldarsi con pezzi di maggioranza), in contrasto con le rigidità del piano sanitario scritto dalla struttura commissariale e approvato dal ministero.

Ma tornare all’autonomia della programmazione non è più procrastinabile, si ragiona in Regione, dove è però chiara la consapevolezza che dal comissariamento si esce ma si può anche rientrare. E’ possibile dunque che nei prossimi giorni il testo trovi un momento di confronto nella maggioranza.

IL PIANO. Quali sono i punti salienti del riordino della rete ospedaliera appena approvata? I criteri di base prevedono una riduzione delle Unità operative con i relativi posti letto (quindi riduzione dei primariati), una concentrazione dell’erogazione delle prestazioni di alta specializzazione; una riduzione dei ricoveri per prestazioni di bassa specializzazione che possono essere svolti in sede ambulatoriale.

Tutto questo per migliorare l’offerta senza ridurla, considerando che il tasso di ospedalizzazione è ormai nella norma. Va però migliorato l’indice di occupazione dei posti letto che oggi è vicino al 77% e che dovrebbe raggiungere la soglia ottimale del 90%, mentre va bene il processo di riduzione della mobilità passiva (cioè il ricorso a ospedali fuori regione) che è già diminuito di qualche punto percentuale. A obiettivo raggiunto ci sarebbe poi anche la possibilità di aumentare posti letto per acuti e post acuti che oggi sono 4.319 nelle strutture pubbliche.

Nel migliore dei mondi possibili, dunque, dovremmo avete quasi tutti i posti letto per acuti e post-acuti occupati, zero barelle nei corridoi e un ricorso minimo alle cure fuori regione.

La revisione della rete ospedaliera deve tener conto delle caratteristiche del territorio regionale (un argomento sul quale si focalizzano i comitati e i politici antichiusura) caratterizzato da una alta dispersione di popolazione e da un territorio prevalentemente montuoso. In questa ottica il piano prevede bacini minimi per le discipline meno complesse e strutture baricentriche per le discipline più complesse rispetto al proprio bacino di utenza. Il criterio dunque non è quello dell’ospedale sotto casa, ma di un ospedale di qualità disponibile in tempi di percorrenza ragionevoli.

La cosa vale per le specializzazioni, ma anche per i pronto soccorso, che devono rispettare criteri minimi per le prestazioni (20mila accessi in un anno, un tempo di percorrenza maggiore di un’ora dal comune all’ospedale di riferimento, un bacino di utenza di 80.000-150.000 abitanti).

OSPEDALI DI II LIVELLO. Un aspetto interessante e in fase di costruzione del nuovo piano riguarda l’individuazione degli ospedali di secondo livello, cioè di maggiore specializzazione. Questione aperta, perché ospedali di questo tipo dovrebbero avere un bacino di utenza compreso tra 600.000 e 1.200.000 abitanti, con numero di accessi annui appropriati superiore a 70.000. Numeri difficili da raggiungere in Abruzzo. La Regione ha avviato uno studio di fattibilità sulle aree di Chieti-Pescara e L’Aquila-Teramo per identificare nel primo trimestre del 2017 la struttura di secondo livello più conforme alle caratteristiche stabilite dal ministero.

Nel frattempo il piano di riordino prevede che le funzioni di ospedale di secondo livello possono essere assicurate dai presidi di Chieti e Pescara «con una efficace connessione funzionale», in considerazione della loro contiguità territoriale (area metropolitana Chieti Pescara) con un tempo di percorrenza medio di circa 15 minuti.

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