QUEL RITO NATALIZIO PRIMA DEL CENONE
La sera di Natale, a casa nostra, si svolge questo rituale. All’ora di cena, mentre l’atmosfera domestica è satura di profumi di sugo con le alici e di arrosto di spigola e di salmone, noi ci...
La sera di Natale, a casa nostra, si svolge questo rituale. All’ora di cena, mentre l’atmosfera domestica è satura di profumi di sugo con le alici e di arrosto di spigola e di salmone, noi ci raduniamo, in piedi, attorno alla mensa addobbata con la tovaglia rossa della festa ed i lumini. Ma, prima di sederci, apro il Vangelo di Luca, al capitolo secondo e, senza poter nascondere un leggero fremito di commozione, inizio a leggere: “In quei giorni un decreto di Cesare Augusto ordinò che si facesse il censimento di tutta la terra …”. Mia moglie, benché un po’ agitata per i preparativi, abbassa i fornelli e si rende presente. Compare anche la nonna, asciugandosi le mani. Le figlie assumono un contegno di serietà, come di fronte ad una cerimonia solenne. I nipotini, una di tre e l’altro di appena un anno, sgranano tanto di occhi, sorpresi dall’improvviso mistero che aleggia nella stanza. È come se tutti avvertissero che, attorno a quella mensa, si sta rivivendo qualcosa che riguarda il senso stesso della nostra esistenza. La lettura continua: “Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto. Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo”. Sono anni che a casa nostra si ripete questo rito. Posso dire che le mie figlie sono cresciute all’interno di esso. Dalla nostra abitazione, in questi anni di forte desacralizzazione dei costumi, sono scomparse, una dopo l’altra, le icone sacre ed altre abitudini, in ossequio alla libertà di ciascuno. Ma questa tradizione è rimasta. Sarebbe bastato che un membro della famiglia avesse detto: “Adesso basta!”, o avesse semplicemente mostrato un lieve turbamento, e tutto sarebbe finito. Ma ciò, fino ad oggi, non è successo. Per il futuro, non so. Proprio a questo sto pensando mentre leggo: “L'angelo disse loro: Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un salvatore, il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.
Ammettiamolo. La nostra cultura sta facendo un ampio giro di boa attorno alla croce di Cristo. Il panorama religioso diventa, di giorno in giorno, cangiante e confuso. Viviamo nella sindrome della frontiera. Infatti, quando ci si avvicina ai confini di uno Stato, il sentimento identitario, a seconda dei casi, o si rafforza oppure si dissolve. Il che non è del tutto negativo perché costringe i singoli ad una risoluzione. Eppure, guardiamoci indietro e proviamo a pensare cosa saremmo se lui non fosse nato. Cosa era il mondo quando egli nacque? Incertezza, disperazione, crudeltà. Cosa era l’uomo? Uno che viaggia ad occhi bassi verso la morte. Cosa era, ad esempio, il membro più fragile della famiglia, il bambino? Qualcosa che il “pater familias” poteva raccogliere dal punto del pavimento dove la levatrice l’aveva deposto, oppure, lasciarlo a terra condannandolo a morire. E cosa era il mondo? Una combinazione senza senso. E la storia? Una mescolanza di errori senza finalità e senza sbocco. Il Cristianesimo ci ha offerto le risposte fondamentali sul senso della realtà, generando atteggiamenti di ottimismo e fiducia. L’icona di quella giovane madre con il figlio al seno, proposta come modello di fronte a noi per due millenni, ha mutato il nostro atteggiamento verso la persona. In particolare, verso il bambino e verso la donna, verso i poveri e gli svantaggiati. Oggi, a molti quel bambino dà fastidio. Eppure, il messaggio del Natale è racchiuso proprio in quel bambino. Non era mai successo prima. In nessuna religione Dio si era proposto a noi con il linguaggio irresistibile della debolezza. Lui, il Padre, si è consegnato a noi come un figlio che piange ed ha fame, che ha bisogno di essere accolto e difeso. Si è messo nelle nostre mani capovolgendo il principio che è l’uomo a trovarsi nelle mani di Dio. Non esisteva modo più efficace per dirci quanto è grande il valore di un uomo. Inoltre, quando consideriamo che duemila anni di attesa del Cristo si riflettono in duemila anni di consapevolezza della sua presenza, ecco che la storia e la nostra vita ci appaiono un disegno finalizzato, sapiente. Allora, ci sentiamo rassicurati e possiamo continuare a guardare avanti con fiducia ed ottimismo.
E possiamo ripetere, anche quest’anno, con un bel sorriso: “Buon Natale!”.
*Docente di Filosofia
Teramo

