Raicam si prepara allo sbarco in Borsa

Il gruppo fondato da Luciano Di Sipio arriva con due stabilimenti in India e Brasile e apre la società agli investitori esterni
RIPA TEATINA. «O ci credi o vai via». È il motto di Luciano Di Sipio, imprenditore dell’automotive, fondatore del gruppo Raicam, leader nella produzione di freni e frizioni per grandi case automobilistiche come Fiat, Ford, Volvo, Porsche, Land Rover. Una storia iniziata trent’anni fa in un’officina di 200 metri quadri a Manoppello. Ora la Raicam è uno dei player mondiali della componentistica per auto. La ricetta? Passione, cura maniacale del particolare, innovazione, sana e prudente gestione unite a un pizzico di follia visionaria. Quella che ha permesso a Di Sipio di fare acquisizioni apparentemente avventate: a Iesi, a Torino, in Inghilterra (e perché no, mettiamoci anche la tenuta di 66 ettari a Ripa Teatina). Con il suo commercialista Alfredo D’Incecco che puntuale gli porgeva la domanda: «Ma sei proprio sicuro?».
Di Sipio era sempre sicuro, e oggi Raicam è un gruppo globale con quattro stabilimenti a Manoppello, Ancona, Torino e Leamington nel Regno Unito, un fatturato nel 2014 di 102 milioni di euro, Ebidta al 19% (in crescita costante negli ultimi anni a dispetto della crisi), 539 dipendenti, investimenti per 48 milioni negli ultimi tre anni. E due nuovi stabilimenti in preparazione: il primo in India a Sanand (Ap Clutches India, previsione della prima commercializzazione 2016 con possibile anticipo al 2015), l’altro in Brasile a Bom Jesus dos Perdoes (Ap Clutches do Brasil, i suoi prodotti saranno sul mercato dal 2017). «Per competere a livello globale o si è forti o si soccombe», dice Di Sipio. Partendo da questa evidenza, l’imprenditore abruzzese sta ora lavorando per cambiare pelle alla sua società. Per questo ieri mattina nella tenuta “Di Sipio Wine” di Ripa Teatina ha voluto incontrare la comunità finanziaria, per illustrare il piano industriale e il processo di internazionalizzazione del gruppo. Le novità sul tavolo sono il brand nuovo ApRaicam, risultato della fusione di due marchi; un nuovo assetto del gruppo che si comporrà di un veicolo societario per l’Italia e uno per ogni paese sede di stabilimento. Ma a cambiare sarà soprattutto la governance del gruppo. L’imprenditore vuole tagliare il «cordone ombelicale» di Raicam e costruire «una società open»: vuole aprire a terzi il capitale del gruppo («anche a investitori istituzionali che da tempo ci corteggiano e che finora abbiamo un po’ tenuto lontani», spiega D’Incecco»); superare la gestione monocratica a favore di un organo collegiale, con un cda aperto a membri esterni alla famiglia (oggi il figlio Massimo Di Sipio è direttore generale del gruppo), superare di conseguenza il «totem» del “controllo” «male endemico italiano», la cui difesa «impedisce la crescita virtuosa dell’azienda». Infine nel medio termine, 5 anni, ecco il progetto dello sbarco in Borsa. Raicam sarebbe così la prima società abruzzese quotata. Tutte le pedine di questo gioco sono in mano a Di Sipio. Ce n’è solo una che è fuori dal suo controllo: il superamento dell’articolo 18. Da vent’anni Di Sipio lo invoca («ero un apripista, ma adesso la cosa sta diventando drammatica»). Per l’imprenditore è l’esame di maturità del Paese. «Siamo indietro, in mano a una casta di privilegiati che vivono di espedienti. In Inghilterra il lavoro si trova in tre ore. E lì non c’è l’articolo 18».
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