Rettore e dg interdetti per 6 mesi

14 Marzo 2017

Il gip: «Hanno violato l’articolo che impone di non usare il potere per compiere ingiustizie»

CHIETI. «Hanno demolito le funzioni del Cda per raggiungere i propri scopi». Si riassumono in dieci parole le 57 pagine di ordinanza che decapitano il vertice dell’Università di Chieti e Pescara. Sei mesi di interdizione dalle funzioni decretano la fine dell’esperienza di Carmine Di Ilio, rettore uscente, e mettono fuorigioco il suo direttore generale Filippo Del Vecchio. Lo ha deciso ieri il gip Antonella Redaelli con un provvedimento che ha un solo precedente in Italia. Siamo in grado di svelare l’ordinanza che rivoluziona in modo drammatico la storia dell’Ateneo. Tutto parte dall’ipotesi di reato di falso ideologico e da questa testimonianza di un prof del Cda: «Venimmo a sapere che, incredibilmente, il 18 febbraio 2015, il direttore generale Filippo Del Vecchio, aveva trasmesso al provveditorato delle opere pubbliche, una convenzione a firma del solo Rettore, difforme da quella approvata, nella quale la progettazione veniva riservata allo stesso provveditorato contrariamente al deliberato del cda del 27 gennaio 2015». L’appalto è quello della ex caserma Bucciante a Chieti: 10 milioni. Il Cda aveva affidato la progettazione alla stessa università. Ma il dg, secondo l’accusa, cambia le carte. Eppure: «Il Del Vecchio Direttore Generale dell’Ateneo e pubblico ufficiale nello svolgimento delle sue funzioni era tenuto» scrive il giudice, «all’esecuzione delle deliberazioni degli organi di governo». Del Vecchio si difende, durante l’interrogatorio di garanzia di oltre un mese fa. Ma la sua difesa diventa un boomerang: «La circostanza che i due atti fossero diversi era ammessa dallo stesso Direttore Generale nel suo interrogatorio del 27 gennaio: il dg aveva parlato di un errore, di un testo inviato al provveditorato nella versione deliberata dal Cda ma ritornato dal provveditorato modificato nei punti 2 e 5, circostanza che non era stata notata né controllata dal Del Vecchio e dal suo staff, che aveva fatto sottoscrivere al Rettore un testo modificato senza rendersi conto delle modificazioni. Ammetteva l’errore, ma non era un atto intenzionale». È il punto chiave dell’ordinanza: «Osserva il giudicante che è difficile da credere. È evidente che non si trattava di errore per il Rettore e il Del Vecchio che inviavano a ottobre al Genio Civile, e per conoscenza al Provveditorato, una missiva da cui emergeva che la funzione di stazione appaltante per la progettazione definitiva ed esecutiva era già stata affidata dall’Ateneo al Provveditorato». Per il giudice, la regia sarebbe di Del vecchio ma «appare a questa autorità giudicante che il trincerarsi dietro un affidamento nell’operato dei propri sottoposti (come ha sostenuto dal Di Ilio nel corso dell’interrogatorio preventivo di garanzia) non esime il Rettore da responsabilità» L’intenzione dei due, per il gip, era di «esautorare il Cda delle sue funzioni, violando costantemente quell’articolo 97 della Costituzione, che impone ad ogni pubblico funzionario, nell’esercizio delle sue funzioni, di non usare il potere che la legge gli conferisce per compiere deliberati favoritismi e procurare ingiusti vantaggi, orealizzare intenzionali vessazioni o discriminazioni». Il vessato e discriminato è il prof Luigi Capasso, autore della denuncia, che era stato estromesso dal Cda, dopo aver scoperto il falso atto e guidato il gruppo di consiglieri a chiedere un’azione disciplinare contro Del Vecchio. Il gip a questo punto va giù duro: «Le discriminazioni effettuate dal Rettore e Direttore Generale erano sintomo della precisa volontà di esclusione di chi si era mostrato non funzionale agli interessi economico-politici della maggioranza del gruppo di potere che lo sosteneva. L’abuso si consumava ai danni di Capasso per indebolire il fronte del Cda, ormai contrario ai diktat fino ad allora imposti, e alla luce della vicenda del falso di cui i membri del Cda avevano preso piena contezza». Ma le azioni vessatorie continuarono, dice il gip, «quando il 19 gennaio 2016 il Direttore Generale comunicava al prof Capasso che la sua indennità doveva essere recuperata o in unica soluzione o mediante trattenimento del quinto dello stipendio». Provvedimento, questo, poi sospeso e annullato dal Tar Pescara che specificava: «Appare sussistere anche il requisito della colpa in capo all’amministrazione derivante dalla manifesta e grave violazione di legge». Tornando al rettore, per la Redaelli ha agito «in stretta sinergia e per lo scopo evidente di favorire il Dg (...) ma risulta anche autore dell’abuso connesso all’archiviazione del procedimento disciplinare nei confronti dei Del Vecchio».

La conclusione è caustica: «Vi è una fondata prognosi di recidiva. Di reiterazione di abusi ancora più pregnanti come atti di ritorsione alla luce della conoscenza delle denunce». Sei mesi, per il gip, è il «tempo ritenuto, strettamente sufficiente ma necessario a interrompere il sistema di malgoverno instaurato dai vertici dell’Università D’Annunzio».