Rigopiano, il processo avrà tempi lunghi

1 Febbraio 2020

Ennesimo rinvio a marzo. E la difesa del sindaco di Farindola chiede alla procura di riaprire l’inchiesta sulla Regione

PESCARA. Al di là dei tecnicismi, quello che emerge è che i tempi di definizione dei due procedimenti sul disastro di Rigopiano, dove il 18 gennaio 2017 persero la vita 29 persone per la valanga che distrusse l'hotel, potrebbe dilatarsi a dismisura. Nel corso dell'udienza di ieri davanti al gup, non solo non si è riusciti neppure lontanamente a discutere sulla riunione dei due filoni d’inchiesta (processo madre e depistaggio), ma nemmeno a definire le chiamate in causa dei responsabili civili. Nel corso di tutta la mattina sono stati posti soltanto pochi punti fermi ed è arrivata la notizia, resa nota dal procuratore Massimiliano Serpi, che i difensori del sindaco di Farindola, Ilario Lacchetta, hanno depositato in procura, con l'impegno di quest'ultima di portarla in aula, una richiesta di riapertura delle indagini a carico dell'ex governatore Luciano D'Alfonso e del dirigente regionale, Silvio Liberatore, sempre per la questione legata alla gestione dell'emergenza e alla tardiva riunione del Core (il Comitato operativo regionale per le emergenze), argomenti già trattati dalla procura: due posizioni che sono state archiviate dal gip con precise motivazioni. I passaggi definiti ieri sono stati sostanzialmente due e riguardano il procedimento madre dove figurano 25 imputati. In questo caso la Provincia, con l'avvocato Guido Carlo Alleva, si è costituita parte civile e lo stesso hanno fatto il Comune di Farindola e anche la Regione Abruzzo con il professor Nicola Pisani. Quest'ultimo ha anche depositato la sua costituzione quale responsabile civile, rimasta però sub judice come quella presentata dall'Avvocatura dello Stato per conto della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del ministero dell'Interno. E questo per la tardività di alcune notifiche che hanno costretto il gup Gianluca Sarandrea a rinviare l'udienza al 27 marzo prossimo. La Regione, che si è costituita parte civile contro tutti gli imputati ad eccezione dei suoi 7 dirigenti coinvolti, non ha quantificato il danno, ma ha motivato la sua richiesta spiegando il grave danno all'immagine subìto dall'Ente, puntando il dito anche contro il Comune di Farindola: «La mancata predisposizione di un nuovo prg», si legge nell'atto, «e il mancato aggiornamento del piano di emergenza comunale da parte del Comune di Farindola si pongono in evidente contrasto con la legge regionale 47/92: anche in ragione di ciò, infatti, non è stato possibile l'intervento del comitato tecnico regionale».
Sulla tardiva riunione del Core oltre che sulle chiamate inascoltate del cameriere dell'hotel, Gabriele D'Angelo, poi morto nel disastro, verte invece la richiesta di riapertura delle indagini chiesta dai legali del sindaco di Farindola che – sostiene l’accusa – non ha segnalato in quei drammatici giorni la situazione pericolosa di Rigopiano. Una decisione che spetterà adesso alla procura: l’accusa dovrà esaminare gli elementi che vengono ritenuti nuovi dalla difesa di Lacchetta. Ma su questo tema lo stesso procuratore Massimiliano Serpi è stato chiaro quando ieri ha affermato in aula, a chiare lettere, riferendosi nello specifico all'ultima denuncia del presidente del Comitato vittime, che il pm «ha il dovere di approfondire qualsiasi richiesta ed infatti abbiamo sentito 11 persone e riesaminato tutti gli atti a riguardo: nulla è mutato nel quadro probatorio di nessuno dei due procedimenti». Un'affermazione che non ha bisogno di commenti.