«Sì, sono stato presuntuoso, ma meritavo di più»

18 Ottobre 2014

«Il mio errore? Lasciare il volontariato per la politica. Stare con Renzi è stare con l’Italia»

di MAURO TEDESCHINI

Che fine ha fatto Maurizio Scelli? Di che cosa si occupa l’ex enfant prodige del volontariato (diventò giovanissimo prima presidente dell’Unitalsi e poi commissario della Croce Rossa Italiana) e della politica (capolista per Berlusconi in Abruzzo e candidato a mille incarichi)? Oggi a 53 anni Scelli, che è un sulmonese doc, è tornato alla sua professione di avvocato civilista (ha studio a Roma) e medita su un passato tumultuoso, fatto di momenti esaltanti, ma anche di incidenti di percorso. L’ultimo coincide con uno sventurato intermezzo nel mondo del calcio: voleva dare uno stadio da 15 mila posti alla sua città d’origine e portare il Sulmona in una serie più consona al prestigio della città.

Com’è andata a finire?

«Un’esperienza disastrosa. Vede, uno dei miei grandi difetti è che sono una persona che si fida. C’erano dei soci che mi dovevano affiancare in quest’avventura, ma alla fine si sono defilati lasciandomi solo. Io ero interessato solo allo stadio, ma mi dissero che per farlo occorreva rilevare la società calcistica. Ma anche nei dilettanti c’è gente che prende 5 mila euro al mese, una follia. Morale della favola: ci ho rimesso 700 mila euro di tasca mia, pur di uscirne».

E’ stata solo l’ultima di una serie di grandi delusioni, mi pare ...

«Se è per questo la delusione più grande è stata la politica. Io pensavo, in assoluta buona fede, che fosse una continuazione naturale di quel che avevo fatto nel volontariato, da ultimo nella Croce Rossa. Oggi nessuno si ricorda, ma facemmo cose straordinarie in quegli anni e pensavo che in politica avremmo potuto farne altre con ancora più mezzi. Ero presuntuoso, questo sì».

Chi glielo fece credere?

«Silvio Berlusconi mi parlava di unire le forze dell’Italia migliore, io ero giovane, pensavo che tutto fosse possibile».

Quando l’aveva conosciuto?

«L’ho incontrato nel 1999, mi propose di candidarmi a presidente della Regione Lazio. Io rifiutai, perché ero stato incaricato da Giovanni Paolo II di occuparmi del Giubileo dei Malati. E’ in quell’occasione che conobbi Guido Bertolaso, che si occupava del Giubileo per conto del Comune di Roma. Ma posso fare un passo indietro?

Prego.

«L’esperienza all’Unitalsi era stata straordinaria, con volontari meravigliosi. A Lourdes costruimmo un albergo a 5 stelle dove ospitare malati e pellegrini: costò 35 miliardi e fu uno schiaffo anche per i francesi, che invece sistemavano tutti in certi tuguri che le raccomando...».

Anche alla Croce Rossa le cose sembravano andare bene...

«Le dico solo che la mia popolarità era tale che nelle sedi periferiche i ragazzi facevano la fila per iscriversi come volontari, citando il mio esempio. Passeggiando per Roma, mi sentivo avvicinare da mamme che mi dicevano: vorremmo averlo anche noi un figlio come lei».

Perché lasciò il mondo del volontariato per la politica?

«Fu il mio grande errore, la sopravvalutazione di poter applicare anche in quel mondo la capacità di fare breccia in situazioni difficili. E invece mi sono ritrovato a schiacciare bottoni alla Camera, un lavoro avvilente: sei un numero . che non conta nulla, contano solo quelli che stanno nel cerchio magico dei vari leader, che la mattina dicono ai peones come comportarsi».

Sono parole polemiche nei confronti di Berlusconi?

«A lui mi sento di dire che se avesse dato al sottoscritto le opportunità che ha dato a persone che valevano meno di Maurizio Scelli, avrebbe avuto risultati migliori».

Può essere più esplicito?

«Beh, da abruzzese le posso dire che nel post-terremoto all’Aquila avrei potuto rendermi molto utile, visto il mio bagaglio di esperienze. Invece Berlusconi si affidò in toto a Bertolaso e a Gianni Chiodi».

Che giudizio dà di Bertolaso? Mi pare negativo...

«Ma no, Guido è un grosso personaggio. Sa qual è il suo limite? Quello di far pesare troppo il suo grande carisma e di mettere in ombra gente straordinaria che anche nella Protezione Civile avrebbe meritato una sua vetrina».

Non ha mai citato quello che tutti ritengono il suo nume tutelare, Gianni Letta.

«Ho tuttora un bellissimo rapporto con lui. Il periodo che passai a Bagdad durante la missione in Iraq ha cementato un legame forte, per i momenti terribili che abbiamo vissuto, anche se a distanza. Un rapporto con una persona è forte quando ci si dà reciprocamente, io penso di avere dato più di quel che ho ricevuto».

In Iraq ci fu la vicenda che le diede il massimo della popolarità, ovvero la liberazione di Simona Torretta e Simona Pari, le due Simone: le ha più sentite?

«Macché, neanche gli auguri a Natale. Fu una vicenda drammatica, in cui rischiai la pelle per poi sentirmi dire un sacco di sciocchezze. Tipo che fu pagato un riscatto. L’unico riscatto fu curare quattro personaggi iracheni che non erano esattamente dei boy scout e portare in ospedale in Italia 15 bambini figli di altrettanti personaggi importanti di Falluja. Ma ne valse la pena».

Che cosa penso di Matteo Renzi?

«Non essere con lui oggi significa non voler bene all’Italia. Ha la maggioranza che serve per cambiare il Paese, cosa che a Berlusconi, nonostante i tanti voti, non è mai riuscita. Così come bisogna riconoscere che in Abruzzo i leader più credibili oggi sono Giovanni Legnini e Luciano D’Alfonso».

Mi dicono che in Abruzzo non torna volentieri: perché?

«A Sulmona ci sono i miei genitori e vengo regolarmente, ma certo nella mia città non mi hanno mai apprezzato. Nell’elenco dei personaggi celebri, nel sito web del Comune, ci sono la Carlucci e il comico Cirilli, ma non il sottoscritto, che pure qualcosa ha fatto. E la stessa senatrice Paola Pelino mi ha sempre visto come un rivale, più che come uno con cui fare squadra».